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| Il dibattito sul "matrimonio" gay. "Diritto e privilegio". Di Gianni Vattimo |
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| Da La Stampa di lunedì 27 marzo 2000 |
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| Lunedì 27 Marzo 2000 |
| di Franco Grillini |
| in Vita di coppia |
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Non mi sembra eccessivo tornare ancora una volta sulla discussione con don Zega (e tanti altri) sulla questione delle unioni civili, gay o no, «approvate» dal Parlamento europeo. È una questione che, come tutte quelle che hanno da fare con i sentimenti, le strutture base dell'esistenza, e la famiglia, riguarda tutti, omosessuali e eterosessuali. Don Zega cita Claudio Magris per dire che sarebbe meglio non pretendere di «consacrare e ufficializzare» troppo la vita sentimentale e sessuale. Ma, a parte che questo si potrebbe applicare anche al matrimonio, resta vero che un tale bisogno di formalizzare i rapporti dipende dal carattere generalmente organizzato della nostra società. Quando Socrate era marito di Santippe e amoreggiava, più o meno platonicamente, con Alcibiade, non c'erano ancora la previdenza sociale, le case popolari, le pensioni di reversibilità. Perché proprio i gay dovrebbero credere di vivere ancora in un mondo premoderno, o in quella polis greca tanto idealizzata dai classicisti, nella quale però i cittadini di pieno diritto erano quattro gatti in mezzo a una maggioranza di meteci e di schiavi? In ogni caso, le unioni civili che in Francia per esempio si chiamano Pacs non sono matrimoni; e si limitano a riconoscere anche alle unioni non matrimoniali alcuni dei diritti finora riservati ai cittadini sposati regolarmente. È un'ingiustizia? Un attacco alla famiglia? Ma perché? Non rischiano, qui, i difensori della famiglia di fare come gli operai della prima ora della parabola evangelica, che mugugnano perché anche a quelli dell'ultima ora è stato dato lo stesso salario? Nessun diritto della famiglia è violato, a meno che lo si voglia considerare invece come un privilegio esclusivo, per ciò stesso ingiusto verso gli altri. In Italia, comunque, è difficile che una legge sulle unioni civili come quella approvata in Francia si faccia a breve scadenza. Nemmeno don Zega, credo, pensa che ciò dipenda dalla maggiore saggezza dei nostri governanti, o dal fatto che da noi resiste un più genuino senso della famiglia. Il fatto è che a troppe forze politiche appare più rassicurante non contraddire pregiudizi e abitudini mentali inveterate, che per il fatto di aver resistito nel tempo non hanno però quella dignità storica che alcuni, anche da parte laica, continuano ad attribuirvi.
*Parlamentare europeo Ds Questo articolo ha ricevuto 170 visite.
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