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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
I gay dal pregiudizio alla normalità
I gay dal pregiudizio alla normalità
Secondo Filippo Ceccarelli su "La Stampa" il matrimonio di ieri segnala la prossima caduta dell'"ultimo velo di ipocrisia sulla realtà civile dei gay italiani"
Martedì 22 Ottobre 2002
di La Stampa
in Vita di coppia

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DOPO il matrimonio «francese» di Roma, resta un ultimo velo di ipocrisia sulla realtà civile dei gay italiani. Questione di mesi, si può calcolare, e sparirà quell´ombra di ambiguo pudore, quell´estremo residuo di emozione, quell´onda flebile di protesta che avvolgono la cosiddetta «questione omosessuale». Ancora un piccolo sforzo, verrebbe da dire, e non sarà mai più una «questione», bensì qualcosa che prima o poi si dovrà comunque chiamare in altro modo. Un fatto di norme, una faccenda di costume e - attenzione qui - un indice di economia e di consumo. Di tutte le dichiarazioni che ieri hanno accompagnato le nozze italiane nel consolato di palazzo Farnese, si segnala quella dell´onorevole Riccardo Pedrizzi, responsabile per le politiche della Famiglia di An. Al di là del pregiudizio omofobo, ancora piuttosto vivo nell´ambiente della destra - e il ricordo, sia pure lontano, va a certe uscite un po´ ossessive di Storace, a qualche riserva della famiglia Fini sui maestri gay, o alle scene di caccia al viados a cura dell´onorevole Gramazio in zona Roma Sud - ecco, ha detto ieri Pedrizzi che l´offensiva sui riconoscimenti delle unioni di fatto è «opera esclusiva della lobby gay». Ora, come s´è capito, la parola lobby è sommamente equivoca. Ma a suo modo Pedrizzi ha colto nel segno. Il mondo gay, ormai nella sua autonomia, e quindi senza aver più bisogno di consigli e aiuti dall´esterno, conquista i suoi obiettivi civili, lascia intravedere un suo possibile statuto e in ogni caso, tra anelli e fiori d´arancio, celebra le sue cerimonie. In altre parole: il ministro Prestigiacomo può pure crearsi, come accaduto qualche settimana fa, la sua bella commissione su «sessualità, discriminazione e integrazione sociale» senza invitare a farne parte le ormai potenti organizzazioni di gay e lesbiche. Però il vero fenomeno dell´estate romana è stato senz´altro il Gay Village di Testaccio. Fenomeno per numero di visitatori (pure non gay), per vitalità artistica e culturale, per sponsor coinvolti, per risorse imprenditoriali. Pedrizzi può protestare, ma intato qui sta passando l´idea - la teoria americana delle «tre T»: tolleranza, talento, tecnologia - che i gay portano sviluppo e fanno bene all´economia. Gli sposi di ieri non sono mica due poveracci, ma operatori economici di ultima generazione, gente che fa soldi nei settori più evoluti del mercato, il web, la promozione turistica, l´imprenditoria del tempo libero. Ha voglia il ministro Giovanardi a ridimensionare il valore giuridico delle nozze, e altri a riaffermare il sacro valore della famiglia. A parte che nelle famiglie ci sono un sacco di gay, su un altro piano questi hanno oggi tutta l´evidente potenzialità di spaccare il centrodestra. Ma non per viete ragioni di schieramento politico: perché sono anche lì, nel centrodestra. Ce ne sono nella Lega, come ricordava l´altro giorno il presidente dell´Arcigay Grillini; ce ne sono pure in An. E anzi proprio il leader dei gay di destra, Oliari, è insorto a favore di Grillini e contro l´eccesso di zelo della polizia nei confronti dei locali di via Sammartini, «la strada gay di Milano». I gay, insomma, rappresentano voti e miliardi. L´onorevole Nichi Vendola, rifondatore comunista, ha ieri incoraggiato un generale «coming out» di parlamentari contro «la cappa di paura e di angoscia». Prevedibilmente non accadrà. A suo tempo - erano i primi Anni Ottanta - l´autodisvelamento del giovane Nichi Vendola, promessa pugliese della Fgci, fece scandalo nel partito. Berlinguer restò allibito, Pajetta non voleva crederci. Ma al giorno d´oggi di paura e angoscia a Montecitorio ce n´è molta meno di quanto si potesse anche solo immaginare una decina di anni orsono. E tuttavia per avere il senso dei mutamenti intervenuti nel rapporto tra politica e omosessualità è comunque indietro che bisogna guardare, come al solito. Quando, nel 1949, Pasolini venne radiato dal pci per «indegnità morale» e Togliatti liquidò Gide come un pederasta. Questo per dire le forze laiche e, sia pure per auto-definizione, «del progresso». Non esistono ovviamente parametri che lo stabiliscano con certezza, ma in un´eventuale scala dell´infamia in ipotetico vigore negli anni quaranta e cinquanta l´omosessualità ha tutta l´aria di collocarsi, grado in più grado in meno, dove oggi c´è la pedofilia. Dei comunisti s´è detto. E la terribile accusa fu anche usata per regolamenti di conti, all´interno e dall´esterno, complice la guerra fredda. Chiunque abbia dedicato qualche attenzione al cortocircuito che si può stabilire tra orientamenti sessuali «proibiti» e vita pubblica sa bene che per i democristiani il peccato impuro contro natura è stato senza dubbio e a lungo il più abominevole. Tale non solo da «gridare vendetta al cospetto di Dio», come dire la più veloce scorciatoia verso l´inferno, ma da stroncare anche qualsiasi carriera politica terrena. Questo, si capisce, non ha mai impedito che esistessero dei democristiani gay, o meglio: che ci fossero degli acclarati, dei possibili, dei plausibili e dei sospettabili democristiani gay. Così la soluzione molto italiana che si determinò all´interno del potere fu di affidare l´affare a quella efficiente polizia dei costumi che furono per anni i servizi segreti. Questi sapevano tutto, schedavano tutti e utilizzavano le loro conoscenze per il bene del potere stesso. Tale bene, com´è ovvio, giustificò operazioni tutt´altro che benigne o benefiche. Uno dei più esuberanti gay dell´epoca, ad esempio, Giò Stajano, fu arruolato per compromettere un generale dello Stato Maggiore, peraltro del tutto innocente. Per il resto dai fascicoli del Sifar, di tanto in tanto, usciva fuori qualche foglietto. «Come una farfalla» disse una volta il generale De Lorenzo. La farfalla di norma finiva per posarsi sui tavoli delli redazioni di giornali cosiddetti scandalistici, come Lo Specchio, il settimanale di Giorgio Nelson Page nato per denunciare un «vizio» che veniva altresì mostrato in tutte le sue sfaccettature. Sempre con precipua attenzione all´omosessualità Lo Specchio ce l´aveva di norma contro i «Luchinidi» (da Visconti), o i «Pasolinidi», che erano artisti, e pure di sinistra. Ma ogni tanto arrivava qualche pizzicotto, qualche allusione, qualche avvertimento al ministro dc, acerrimo misogino, o al suo autista. La stessa opera proseguì su Op Pecorelli, che estese il suo interesse alla Curia distinguendosi anche per certi racconti di verosimile fiction, da lui stesso graziosamente rubricati come «Pornopolitica». Se questo gioco di ricatti venne a cessare si deve soprattutto a Marco Pannella. Nel 1968 prese le difese di un professore, Aldo Braibanti, che una morale ormai fuori tempo aveva mandato incontro a un autentico massacro giudiziario. Da allora la giostra italiana prese a girare, con i suoi reati, peccati, gusti, costumi, abitudini. Senza farla troppo complicata: divenne tutto più accettabile, poi quasi normale. Sempre per grandi linee: l´Aids, con il suo contagioso retroterra, poteva negli Anni Ottanta bloccare il processo. Invece sviluppò solidarietà, comprensione, identità. Lo si è capito, dopo tutto, osservando la serena allegria del Gay Pride. Di quel lungo corteo le nozze «francesi» di Roma costituiscono una piccola grande conseguenza, prima che si squarci l´ultimo velo dell´ipocrisia. Filippo Ceccarelli

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