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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
"Conviventi? Niente figli"
"Conviventi? Niente figli"
L'ospedale Sant'Anna di Torino rifiuta la fecondazione assistita a una coppia di fatto eterosessuale, loro si rivolgono a un avvocato e promettono battaglia
Mercoledì 18 Settembre 2002
di la Repubblica
in Vita di coppia

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L'ospedale rifiuta la fecondazione assistita a una coppia di fatto, loro si rivolgono a un avvocato e promettono battaglia



"Il Sant'Anna ci nega un figlio perché non siamo sposati"







OTTAVIA GIUSTETTI







Respinti dal Sant'Anna perché non sposati, si sono rivolti a un avvocato per ottenere la fecondazione medica assistita. Sono due trentenni torinesi che, dopo anni di convivenza, hanno provato senza risultati ad avere un figlio. Un'odissea di analisi e visite in ospedale e infine il temuto responso medico: «È necessario procedere con un primo intervento di fecondazione assistita». Stefano Esposito e la sua compagna, decisi ad andare fino in fondo, hanno accettato di cominciare l'iter di cure che precedono l'operazione. Ma durante una delle prime visite hanno casualmente raccontato di non essere sposati e l'immediata risposta del ginecologo che li aveva in cura è stata che del loro caso l'ospedale torinese non si sarebbe potuto occupare.



I ragazzi, con lo stupore di chi non concepisce una discriminazione di questo tipo, hanno chiesto come fare altrimenti e il Sant'Anna ha risposto loro di rivolgersi all'unico altro ospedale piemontese autorizzato alla cura di patologie della riproduzione, l'Ospedale Maggiore di Fossano. Un'alternativa ancora sarebbe stata quella di fingere di essere sposati, fare finta di nulla e autocertificare di essere coniugati come fanno molti: «Non so se sia vero oppure no - racconta lui - ma chi ci è passato prima di noi mi ha detto che è possibile farlo, tanto le probabilità che ti scoprano sono molto remote. Noi non ci abbiamo pensato nemmeno un attimo, è vergognoso assecondare una simile ingiustizia con la menzogna».



Una vicenda simile a quella di Stefano era venuta alla luce un paio di anni fa, aveva sollevato qualche reazione da parte dei politici ma era poi sparita dalle cronache perché la coppia coinvolta aveva deciso di non andare oltre la denuncia pubblica e un appello all'allora ministro per la Solidarietà sociale, Livia Turco. Oggi invece Stefano e la sua compagna sono decisi ad andare fino in fondo. Così si sono rivolti a un avvocato e hanno scritto una lettera ai dirigenti del Sant'Anna per ottenere una risposta formale sulle motivazioni di una discriminazione tra coppie sposate e coppie di fatto, nonostante sia proprio in questi mesi in via di approvazione una legge che garantisce a entrambe il diritto di assistenza medica in materia di procreazione assistita. «Vogliamo sapere perché - ha detto Stefano Esposito - in assenza di una legge che lo stabilisca, noi non abbiamo il diritto di avere un figlio, vogliamo soprattutto che nessuno debba più subire l'umiliazione che abbiamo subito noi, trattati come "diversi" solo perché non portiamo la fede al dito». Quando sarà ufficiale la risposta dei medici, i due giovani hanno già annunciato che ricorreranno al Tar.



Dal punto di vista legale la storia di Stefano e della ragazza è infatti assolutamente aperta. In tutti questi anni, da quando si praticano terapie per la cura dell'infertilità e interventi di procreazione assistita, non è mai stata prodotta una legge che ne stabilisca precise regole. Soltanto una circolare emessa nel 1985 dal ministero della Sanità - allora si chiamava ancora in questo modo - dà indicazioni alle strutture pubbliche italiane di fornire assistenza solo alle coppie sposate e non a quelle di conviventi. Ma nel documento l'allora ministro Degan parlava anche dell'istituzione di una commissione di studio della materia per formulare in tempi brevi una serie di proposte legislative che si sarebbero poi discusse in Parlamento, mentre da allora a oggi questo non è mai accaduto. Probabilmente passeranno ancora mesi prima che la nuova legge venga approvata in via definitiva. «Ma quando desideri avere un figlio - racconta la compagna di Stefano - e sai di dover ricorrere alla procreazione assistita, ogni mese passato è un mese prezioso per avere qualche speranza in più: non si possono aspettare anni perché più passa il tempo più si allontana la certezza che le cure mediche abbiano esito positivo».



Proprio questo è uno dei motivi che ha spinto la giovane coppia a procedere per via legale, perché a Fossano, dove i ragazzi si sono rivolti, i tempi di attesa sono molto lunghi. Lei non soltanto sarà sottoposta a cure che richiedono continua assistenza, ma sarà obbligata a recarsi in ospedale almeno una volta ogni due giorni. «Ovviamente, arrivati a questo punto, siamo disposti a farlo - raccontano - visto che il desiderio di avere una famiglia è più grande del sacrificio che comporta questa scelta, ma siamo convinti che la tutela del diritto alla salute che lo Stato dovrebbe garantire è ben altra cosa da questo». Proprio perché va contro questo diritto inviolabile, secondo l'avvocato Maria Grazia Pellerino, che ha assunto il caso di Stefano e Valentina, il comportamento dei medici del Sant'Anna è da ritenere incostituzionale. O meglio, lo è la circolare del ministro Degan cui loro sostengono di attenersi. Se l'infertilità va considerata come una patologia della riproduzione - così è definita nel documento del 1985 - allora la cura di questa patologia è un diritto fondamentale di ogni cittadino come stabilisce la costituzione italiana. E Stefano e Valentina possono chiedere di essere curati esattamente come tutte le altre coppie che hanno regolarizzato la propria unione.



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