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Editoriali e opinioni
22 giugno 2002
di Chiara Saraceno
IL riconoscimento implicito delle coppie di fatto eterosessuali presente nella, per altro bruttissima, legge sulla procreazione assistita ha riaperto il dibattito sulla loro legittimità ad essere riconosciute a pieno titolo. Chi si oppone chiede, almeno nel caso in cui si tratti di coppie eterosessuali: perché non si sposano, se vogliono gli stessi diritti dei coniugati? Sembra una obiezione a prima vista ragionevole. Anche se si potrebbe osservare che la legge italiana impedisce di sposarsi non solo alle persone omosessuali, ma in determinate circostanze a persone eterosessuali che pure lo vorrebbero.
E' il caso di chi si separa e deve attendere tre anni prima di poter divorziare e quindi risposarsi. Ma quella obiezione non sarebbe ragionevole neppure se la legge italiana sul divorzio non imponesse la famosa, e inutile, «pausa di riflessione». Chi sceglie di convivere senza sposarsi, infatti, chiede che non sia lo stato a definire in modo esclusivo quali siano i rapporti di solidarietà e reciprocità che contano, ed in quale forma istituzionale devono esprimersi.
Chiede che sia data se non priorità, almeno pari riconoscimento e dignità alla auto-dichiarazione delle persone coinvolte. In assenza di questo riconoscimento, chi non vuole collocarsi nell'unica definizione, nell'unico quadro di riferimenti istituzionali messo a disposizione, viene infatti deprivato del potere autonomo di dare senso alle proprie scelte e ai propri rapporti, di assumere anche pubblicamente le responsabilità che desidera.
E' paradossale che sia proprio chi, soprattutto tra i cattolici ma anche tra i laici, ha fatto della limitazione del potere dello stato la propria bandiera, a evocare questo stesso potere nei confronti delle dimensioni, e delle scelte, più private e più intime. Lo stato può decidere di dare qualche beneficio in più a chi si sposa, se ciò corrisponde al comune sentire della maggioranza dei suoi cittadini.
Ma sarebbe fortemente autoritario e prevaricante la libertà individuale se pretendesse di essere l'unica fonte di norma e valore per quanto riguarda i rapporti interpersonali e le responsabilità reciproche e verso altri liberamente assunte. E se non ne riconoscesse la rilevanza interpersonale anche nei suoi effetti sociali. Questo riconoscimento dei rapporti di fatto, e non solo di quelli «legittimi», è già avvenuto nei confronti dei figli nati fuori dal matrimonio.
Manca invece tuttora, nella nostra legislazione, un riconoscimento dei rapporti di coppia al di fuori del matrimonio. A differenza che nella maggioranza degli altri paesi europei e sviluppati, i conviventi, etero o omosessuali che siano, nella nostra legislazione, salvo parziali eccezioni, continuano ad essere considerati estranei, cioè reciprocamente irresponsabili. Questo articolo ha ricevuto 122 visite.
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