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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
«Sono omosessuale: devo dimenticare mio figlio?»
«Sono omosessuale: devo dimenticare mio figlio?»
Lascia la moglie per un uomo, «ora non vuole che lui veda il mio compagno». Da La Stampa di mercoledì 28 giugno 2000
Mercoledì 28 Giugno 2000
di Gay.it
in Vita di coppia

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Fulvio Lavina ASTI UN padre gay, ha diritto di vedere il proprio figlio, avuto da una precedente relazione? Mentre è ancora acceso il dibattito su quanto sia «opportuno» che il corteo del «gay pride» l’8 luglio sfili nel cuore di Roma proprio nell’anno del Giubileo, un uomo chiede di non essere discriminato come genitore, «solo perché omosessuale». E’ una storia destinata a far discutere, quella di un astigiano, 38 anni, un buon lavoro che lo mette a contatto quotidianamente col pubblico, omosessuale dichiarato, un matrimonio fallito alle spalle e un bambino di 7 anni. A farlo parlare, spiega lui stesso, è l’«orgoglio ferito». Uno sfogo immediato, dopo un «no» vissuto e subìto come un torto. Racconta: «Il mondo mi è crollato addosso: sono andato a casa di mio figlio, ma non ho potuto portarlo con me a comprare il regalo per la promozione perché ero con il mio compagno, e sua madre non vuole che si esca insieme». P. M. (non indichiamo le generalità per rispetto al figlio minorenne), non ha mai nascosto la sua «diversità»: qualche tempo fa, fu tra i promotori di un «telefono-amico» per omosessuali, l’anno scorso era candidato alle elezioni provinciali nella lista di ispirazione radicale, dichiarando pubblicamente le sue scelte, anzi facendone una sorta di bandiera. «E anche mia moglie sapeva perfettamente, quando mi ha conosciuto, che ero gay. Mi ha sposato e ha concepito con me un figlio». E adesso, aggiunge, «quando vorrei vivere pienamente le gioie da condividere con mio figlio, il mio essere "diverso" diventa una pregiudiziale, un impedimento. Lei potrà rifarsi una vita; io, che la mia me la sto rifacendo, non posso essere padre al 100 per cento». P. racconta brevemente la sua storia: il matrimonio nell’estate del ‘92, il figlio che nasce nella primavera successiva, la separazione dopo poco più di un anno dal «sì». Una rottura che forse era nelle cose: lui si vedeva con un altro. «Sì - ammette - il matrimonio è durato un nulla. Per lei, però, non era una sorpresa. Ma soprattutto non può essere questo il motivo per impedirmi di vedere mio figlio». Ha uno scatto: «Non sono ’’diverso’’ da nessun altro, sono accettato e rispettato sul lavoro e tra gli amici. Non sono perfetto, certo, ma che cosa devo fare per non far mancare nulla a mio figlio?». Dalla moglie è legalmente separato, può vedere il bambino tutti i giorni e passare con lui un fine settimana ogni due. E finora grossi problemi non ce ne erano mai stati. Non sono ancora divorziati, nonostante ne abbiano parlato più volte: «In realtà io non ho più voglia di combattere con le ’’carte bollate’’, e non voglio neanche spendere altri soldi». Ricorda l’ultimo episodio: «Siamo andati insieme, io, mio figlio e la mia ex moglie, a ritirare la pagella che poi ho firmato io, perché ho mantenuto la patria potestà. Avevamo pattuito un regalo per la promozione, e ci siamo messi d’accordo per andarlo a comprare il giorno dopo. Quando sono arrivato, lei si è accorta guardando dalla finestra che con me c’era il mio compagno, e non m’ha fatto nemmeno salire in casa. Ma per mio figlio, lui è solo il mio miglior amico». Insiste nel dire che per lui «sentirsi padre» è una cosa importante. «Il bambino era già uscito altre volte con me e il mio compagno, anche se mia moglie non lo ha mai saputo. Forse ha paura che chissà quale brutto esempio possa dargli. Ma lui è piccolo, ha 7 anni, vede solo suo papà con un amico. Il risultato è che non posso essere padre al 100%, perché chi divide con me i suoi giorni e le sue notti ha la colpa di essere un uomo». Se la prende con la Chiesa, con la Destra e la Sinistra, e anche con «quelle donne, soprattutto una, che grazie al loro ’’senso materno’’ impediscono a noi padri-separati, gay e non, di vivere il nostro ’’senso paterno’’ e si limitano a ricordarci il nostro dovere: l’assegno entro il 5 di ogni mese». Che cosa farà adesso? «Io a mio figlio non rinuncio, e non rinuncio nemmeno a essere me stesso, con la persona a cui voglio bene. Non sono un criminale, e chiedo solo di essere rispettato per l’affetto che posso dare». Il suo appello, ora, l’ha girato agli «amici» di Babilonia con una lettera: «Scusate la mancanza di rispetto verso gli animali, ma a questo punto abbracciando il disegno divino era meglio che Adamo rinunciasse ad una costola per un cane piuttosto che per una donna: la vita di tutti noi avrebbe decisamente preso un’altra piega».

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