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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
 «Noi, coppia gay felice senza dover fuggire»
«Noi, coppia gay felice senza dover fuggire»
La storia di Gianluca e Stefano a Cosenza: «Vorremmo il diritto di diventare coniugi o di poter adottare un figlio All’inizio dicevamo che qui non potevamo restare, la gente parlava"
Domenica 24 Marzo 2002
di Corriere della Sera
in Vita di coppia

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La storia di Gianluca e Stefano a Cosenza: «Vorremmo il diritto di diventare coniugi o di poter adottare un figlio All’inizio dicevamo che qui non potevamo restare, la gente parlava. Poi abbiamo scoperto una città più tollerante»

DAL NOSTRO INVIATO COSENZA - Se la simpatia bastasse a far cadere ogni pregiudizio della gente, Gianluca Carbone e Stefano Gioia non avrebbero mai avuto problemi. Due ragazzi di Cosenza, 28 e 27 anni, studio di grafica pubblicitaria, piccolo appartamento in una zona periferica di palazzi detta Città 2000. Una coppia felice, finalmente. «Fino ai 16-17 anni - dice Gianluca - ho avuto qualche relazione con le donne, solo rapporti platonici, non sentivo nessuna attrazione fisica. Già a 8 anni mi rendevo conto che sentivo più interesse per gli uomini, pensavo spesso a un ragazzo più grande di me. Ma non capivo perché». Poi ha capito, e quando sua madre ha scoperto nella sua camera un numero della rivista Babilonia il coming out è stato forzato: «Mi ha chiesto se mi piacevano gli uomini e ho risposto subito di sì. Ha detto: ti voglio bene ugualmente. Però dal giorno dopo mi sono accorto che l'aveva presa in maniera tragica, si faceva tanti sensi di colpa, piangeva. Io cercavo di spiegarle che non c'era niente di drammatico». Gianluca racconta dei primi innamoramenti non dichiarati, compagni di classe, amici di «Azione cattolica», che ha frequentato per qualche anno: «Ma più prendevo coscienza della mia omosessualità, più capivo che era il posto meno adatto per me». Sorride. Racconta di un lungo periodo di «autorepressione»: «Mi imponevo di stare più con le ragazze, cominciavo a leggere libri e riviste sul mondo omosessuale, ma stavo male perché non potevo dichiarare i miei sentimenti». Quando l'ha saputo suo padre, ferroviere ormai in pensione, Gianluca è rimasto stupito: «Ci siamo trovati a parlarne a tavola, mi ha chiesto com'è nata questa cosa, se avevo avuto un trauma nell'infanzia, se avevo subito violenze. Io cercavo di spiegargli che era così e basta, stavo già con Stefano da diversi anni». Stefano ha fatto la maturità scientifica; ora è lui l'imprenditore di famiglia, anche se trova il tempo di passare qualche mattinata alla settimana in una biblioteca per ragazzi del centro città, addetto alla sala multimediale. «Pure mia madre scoprì Babilonia, lo disse a mio padre e mi portarono dallo psicologo per una terapia di famiglia. Pensavano che fossi malato. Ho accettato di andarci perché io stesso, forse, pensavo di essere malato. La prima volta mio padre ha chiesto: ma mio figlio, secondo lei, è davvero omosessuale? E quello ha risposto: no, Stefano non è omosessuale perché non ha avuto rapporti omosessuali. Che strana risposta». Come andò quell'esperienza? «Io ci ho messo tutta la mia buona volontà: sono stato con una ragazza per un anno e mezzo, uno riesce pure a convincersi di non essere omosessuale, ma poi quando arrivano le fantasie è un'altra cosa. Quando ho conosciuto Gianluca ho lasciato la mia fidanzata. Mio padre non se l'aspettava, diceva: ma com'è possibile? Pensava che gli omosessuali fossero tutti effeminati e siccome io non lo ero, non riusciva a capire». Il papà di Stefano è dirigente nella pubblica amministrazione di Cosenza, la madre casalinga. «Ormai si oppongono solo al Gay Pride , questo gli crea problemi, soprattutto a mio padre. Dice che non gli piacciono gli esibizionismi». In novembre, Stefano e Gianluca hanno aperto a Cosenza una sede locale dell'Arcigay, «per favorire la socialità omosessuale, perché in Calabria i gay sono molti, ma frequentano sempre gli stessi locali, le stesse discoteche: il nostro scopo è quello di creare una comunità consapevole, e soprattutto non clandestina». Stando insieme ventiquattr'ore al giorno, senza voler nascondere nulla, Stefano e Gianluca hanno dovuto fare i conti con la diffidenza. «All’inizio - ricorda Stefano - ci siamo detti: qui non si può restare, la gente capiva che c'era una relazione tra noi e parlava, noi non facevamo niente per nasconderci, anche se non andavamo certo in giro mano nella mano». «Qualche volta all'ipermercato - corregge Gianluca -, in macchina può succedere che ci baciamo senza guardarci a destra e a sinistra. Se due donne vanno in giro tenendosi per mano la gente non ci fa caso, ma per gli uomini è impossibile, si notano subito. E' chiaro che se ci troviamo in un'altra città lo facciamo, ma a Cosenza no, sarebbe difficile». Però poi, a Cosenza, Stefano e Gianluca hanno deciso di rimanerci. «Sì, perché abbiamo scoperto che è una città più tollerante di quel che pensavamo. Sul posto di lavoro tutti sanno che siamo fidanzati e nessuno ha mai fatto problemi, neanche in biblioteca. E poi, comunque, i giornali parlano delle nostre iniziative, i politici ci aiutano, l'amministrazione è sempre disponibile. Nonostante questo, sono tante le coppie che vivono nascoste, persone magari sposate di cui tutti sanno, persino le mogli». Una vita come tante vite di famiglia. Stefano preferisce cucinare: «Ho sempre avuto la passione, sin da piccolo, ma quando mio padre mi vedeva in cucina s'incazzava, diceva: vai fuori, queste sono cose da donne». Per il bucato si alternano, Gianluca si dà da fare per lavare i piatti e pulire, ogni tanto arriva qualcuno a cena: «Anche coppie etero, non siamo certo esclusivi; le lesbiche sentono il maschio come una minaccia, mentre a noi non capita, anzi». I problemi economici sono quelli di tutti. Letture varie, da Busi a Leavitt, da Conan Doyle a Shakespeare. Visibilità è la parola chiave. Chi è riuscito a guadagnarsela è più felice, come questa coppia di ragazzi che vorrebbero diventare coniugi, anche se lo Stato italiano per il momento non glielo consente: «Non è che moriamo dalla voglia di sposarci, ma vogliamo avere la possibilità di farlo. Nessuno dei due ha l'esigenza di avere figli, non abbiamo un istinto paterno, però vorremmo avere il diritto di adottarne, di scegliere. Per non parlare dei problemi di eredità, del contratto d'affitto, dell'assistenza sanitaria: le cose pratiche e burocratiche della vita quotidiana... In fondo, le tasse allo Stato le paghiamo. Che poi la Chiesa non ci voglia riconoscere, non importa». Non ne fanno una questione di schieramento politico. Di destra o di sinistra: «Fassino all'ultimo incontro dell'Arcigay a Riccione ha detto che la nostra è una libertà difficile. Roba da pazzi...». Una «libertà difficile», che per Stefano e Gianluca ha solo bisogno di un riconoscimento ufficiale. (1-continua) pdistefano@corriere.it



Nel marzo del 2000, il Parlamento di Strasburgo ...

Nel marzo del 2000, il Parlamento di Strasburgo invitò i membri dell'Unione europea a riconoscere le coppie di fatto, tra cui sono comprese le convivenze omosessuali. Da allora, molte cose sono cambiate. L'Olanda garantisce una perfetta equivalenza, anche per il matrimonio, tra coppie gay e coppie eterosessuali. Danimarca, Svezia e Norvegia dispongono di un istituto chiamato «matrimonio gay». In Finlandia, Francia, Germania, Portogallo viene registrata l'unione di fatto. In Italia, la questione è ancora aperta ed è oggetto di numerose proposte di legge e di iniziative popolari. Negli ultimi anni aumentano le associazioni, i locali, i siti Internet, le pubblicazioni e le ricerche. E mentre il fenomeno assume un'evidenza e un'urgenza legislativa siamo andati a incontrare alcune coppie omosessuali che convivono più o meno felicemente da anni.

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