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| LA VITA DI OGNI GIORNO DI DUE OMOSESSUALI «CI MANCANO I DIRITTI CHE HANNO LE FAMIGLIE ETEROSESSUALI» |
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| Michele e Antonio, coppia «normale». «La spesa, il lavoro, le feste: non è più un problema». Da La Stampa di sabato 1 luglio |
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| Sabato 01 Luglio 2000 |
| di Gay.it |
| in Vita di coppia |
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Sabato 1 Luglio 2000
Sergio Trombetta LA sveglia suona alle sette in casa di Antonio e Michele. E mentre Antonio scende dal letto di corsa, Michele si rigira nelle lenzuola cercando di riaddormentarsi. «E’ in questi momenti che a volte un pensiero mi attraversa la testa - ammette Michele - perché mi sono messo con un impiegato statale che incomincia a lavorare alle otto del mattino e che punta quella dannata sveglia alle sette, quando per me e quasi notte fonda? Ma poi da un anfratto lontano del cervello mi arriva una risposta: se lo hai fatto un motivo c’è». Antonio e Michele stanno insieme da 20 anni. Abitano in una grande città del Nord. Da dieci vivono in una casa di cui sono comproprietari e di cui stanno ancora pagando il mutuo. Antonio, 45 anni, è dirigente statale e lavora dalle 8 alle due. Michele, 50 anni, è centralinista in un grande albergo e il suo turno è dalle dodici alle otto di sera. «Praticamente stiamo insieme la sera e la domenica ? ammette Antonio ? Ma siamo convinti che anche per questo la nostra unione dura da tanto tempo: non ci pestiamo i piedi. C’è spazio per ciascuno dei due. Anche in casa. Michele ci sta la mattina. Io il pomeriggio». Antonio è meridionale, Michele padano. E questo, ammettono entrambi, ha fatto spesso scoccare parecchie scintille. «Modi diversi di intendere la vita, di rapportarsi con il lavoro, di concepire la fedeltà» affermano. Michele ricorda: «Io racconto tutto e subito. Una volta davanti a una mia scappatella lui non si è fatto trovare per tre giorni. Ma già al mattino del secondo mi telefonava per avvertirmi che stava bene, era a casa di amici e non lo cercassi negli ospedali». E Antonio: «Noi meridionali su questo siamo più omertosi. E’ vero. Ma raccontare tutto e subito è anche un modo per scaricarsi la coscienza, senza preoccuparsi di ferire l’altro». Dopo venti anni i furori giovanili si sono intiepiditi: la loro unione, costruita su basi forti, vive soprattutto di affetto. La loro giornata incomincia, come per tutti con il trillo di una sveglia. Poi mentre Antonio sul metrò viaggia verso l’ufficio, Michele si aggira in pigiama per casa. «Il primo incontro è con lo specchio in bagno: occhi pesti, capelli dritti, incarnato malsano (ci vorrebbe un week end al mare). Un mattino lo sguardo mi è caduto sul titolo di una rivista lasciata lì in bagno: ’’Orgoglio e portafoglio’’ diceva l’inchiesta sui gay italiani. Raccontava di omosessuali giovani e in carriera tutti palestra, cellulare, internet, giacche strizzate, camicie con colletti giganteschi e cravatte dai nodi ipertrofici. E poi: estati in Florida e weekend a curiosare fra gli antiquari di Londra o Amsterdam». Michele venticinque anni fa ha militato in un collettivo omosessuale autonomo: «Mi sono chiesto: era per questo che sfilavamo per le strade in quattro gatti facendoci ridere dietro da tutti? Poi ho riflettuto: i pionieri hanno comunque sempre torto. Meglio lasciare perdere. Sull’orgoglio non ci sono problemi. Ci mancherebbe. Sul portafoglio si può discutere ? continua Michele ? a me e a Antonio interesserebbe di più un portafoglio di diritti: reversibilità della pensione, eredità. Insomma tutte quelle cose cui hanno diritto le coppie riconosciute dalla legge». Mentre beve un caffè e ascolta un telegiornale in tv, Michele raccoglie le idee sulle cosa da fare: «Uffici postali, banche, uffici comunali toccano sempre a me: con la scusa che sono libero sino a mezzogiorno. E la spesa non vuoi farla al mercato dove tutto è più fresco e costa meno?». Così fra bollette, bonifici, pacchi spediti e borse di frutta e verdura arriva l’ora di andare a lavorare. «Non ho mai nascosto di essere omosessuale sul lavoro. Dirlo a tutti, venti anni fa, non era facile: le battute dei colleghi, i doppi sensi si sprecavano. Credo di avere pagato in termini di carriera. Oggi non ci sono problemi. Molti mi rispettano. E chi non mi rispetta per lo meno non lo fa vedere. Anche questi sono i pregi del politically correct». Antonio e Michele abitano in una casa del centro storico: secondo piano senza ascensore. Tre grandi camere in infilata danno su una via alberata e silenziosa, bagno e cucina sul cortile. Stanze arredate con cura, mobili non di pregio, messi insieme secondo uno stile bric à brac. «Cercando nelle cantine, scovando nei mercatini delle pulci» spiega Antonio. Su un mobile, incorniciate, le foto di famiglia. Fra queste una bella ragazza abbracciata a Michele: tutte due giovani, al mare. «Qui sono con la mia ex moglie. Un peccato di giovinezza. Siamo rimasti amici. Però niente figli e niente step-family, con grandi riunioni per le feste. Sono cose che si vedono solo al cinema». Mentre mostrano gli oggetti cari raccolti nei viaggi squilla il telefono. E’ Massimo, racconta una vicenda penosa di un loro comune amico Giovanni: «Viveva da anni con il suo compagno, Giuseppe che è morto all’improvviso in un incidente stradale. Ora i suoi parenti voglio sbattere Giovanni fuori casa: era intestata al morto, certo, ma vivevano insieme da una vita, tutto quello che avevamo se lo erano fatto insieme. Altro che la ’’roba’’ di Mastro don Gesualdo. Questa è pura avidità padana». Sul un tavolino basso, davanti al divano alcuni dèpliant di agenzie di viaggio: «Ferie in Puglia come tutti gli anni? Oppure in Corsica? Ci stiamo pensando. Sarà a settembre, quando c’è meno folla e tutto costa meno. Abbiamo entrambi la possibilità di prenderci le vacanze quando vogliamo». Probabilmente la scelta cadrà su un’isola greca. Spiega Antonio: «Ci va un gruppo di amici. Si dovrebbe affittare insieme una grande casa. Sono persone che vediamo spesso qui in città». Riunioni «strictly kosher»: solo gay. «Ci troviamo a casa di Massimo. E’ andato in pensione da poco e invita spesso. Gente di età diverse, mestieri diversi: un avvocato, un medico, uno scrittore, un broker, un pubblicitario, un tecnico di computer, un fisioterapista. E’ l’appartenenza che aggrega. Una alternativa alla famiglia tradizionale? Forse». E mentre si va verso la porta Antonio aggiunge: «Mi hanno raccontato una barzelletta pochi giorni fa. Un ragazzo confessa al padre: papà sono gay. E il padre: porti vestiti di Versace? No. Vivi in un attico con piscina? No. Fai le vacanze in Florida? No. E allora stai tranquillo ragazzo mio. Tu non sei gay. Se solo frocio. Ecco ? conclude Antonio - a volte ci chiediamo: saremo gay o saremo froci?».
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