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| La recensione: «Priscilla», espressionismo gay formato famiglia |
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| Fantasia visiva, costumi giganteschi, parrucche, scarpe, trucchi, cambi a vista, cappelli, al di là di ogni classificazione: è espressionismo astratto gay |
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| Lunedì 19 Dicembre 2011 |
| di Corriere della Sera - Milano |
| in Spettacoli |
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Milano - Agli spettatori del Ciak viene regalato, per non occulto scopo, un boa di struzzo rosa, ma è superfluo: il pubblico è tutto allineato sulla lunghezza d' onda delle 3 drag queen del fastosissimo, già leggendario musical ispirato al cult film del ' 94. Le tre transgender, di cui uno sposato con figlio, viaggiano sul bus Priscilla nei deserti australiani verso la storica esibizione finale. Intanto combattono l' omofobia country palleggiandosi con gridolini e mossette nevrosi e ripicche su colonna sonora disco pop 70, da Gloria Gaynor a Tina Turner: leit motiv, «I' ll survive». Gran spettacolo, ancora in via di definizione tecnologica, ma con spreco di fantasia visiva nei costumi giganteschi, fra parrucche, scarpe, trucchi, cambi a vista, cappelli, al di là di ogni classificazione: è espressionismo astratto gay. Certo, la tolleranza, basta che le queen siano folk ridicole e dicano battute spiritose e sconvenienti. Dove il testo di Elliott-Scott risente dell' età - il travesti è ormai uno show per famiglie - interviene la meraviglia del design di colori e luci, l' ottima regia cinematografica di Simon Phillips, mentre i tre protagonisti, allenati a tutto, si offrono con humour discinto alla bisessualità piaciona: Simone Leonardi è la drag alla Mae West, da caserma delle fate; Mirko Ranù è quello che ha meno drammi e sfodera simpatia; Antonello Angiolillo è il papi redento, il migliore, con personaggio più esplorato. E un bravo al minorenne Alessando Baldinelli. (di Maurizio Porro) Questo articolo ha ricevuto 4993 visite.
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