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| Cannes 2011: Almodovar hitchcockiano da Palma d'oro |
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| Forse non sarà il film più bello del festival, ma finora è certamente il più «rotondo». La piel que habito, il melodramma horror diretto da Pedro Almodovar e interpretato da Antonio Banderas |
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| Venerdì 20 Maggio 2011 |
| di Europa |
| in Spettacoli |
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Forse non sarà il film più bello del festival, ma finora è certamente il più «rotondo». La piel que habito, il melodramma horror diretto da Pedro Almodovar e interpretato da Antonio Banderas e Marisa Paredes, è entrato ieri in concorso a Cannes e ha sbaragliato i pronostici, passando in pole position perché è un'opera completa sotto tutti i punti di vista: regia, sceneggiatura, recitazione, montaggio, musiche, fotografia sono tutti ad altissimo livello e così profondamente intersecati da non permettere di scorporare un elemento solo dagli altri. Il che renderà quasi impossibile alla giuria assegnare a La piel que habito un premio altro rispetto alla Palma d'oro, e poiché nel film tutto funziona, sarà anche impossibile ignorarlo del tutto: può piacere o non piacere, a seconda della tolleranza di chi guarda per l'elemento grottesco e i temi perturbanti cari ad Almodovar, ma è difficile che non venga assegnato a regista madrileno quel premio massimo che gli è già sfuggito nel '99 con Tutto su mia madre, che portò a casa «solo» il premio della regia, e nel 2006 con Volver che dovette accontentarsi del premio alla sceneggiatura.
La piel que habito narra la storia, complessa e surreale, ma perfettamente circolare nella sua logica almodovariana, di Robert (Antonio Banderas) un chirurgo plastico che dedica la sua professione alla creazione di una «finta pelle» che possa sostituirsi a quella dei grandi ustionati. Robert ha anche un'altra fissazione: la vendetta contro coloro che gli hanno distrutto la famiglia, la moglie bruciata viva, la figlia stuprata.
Marisa Paredes ha il ruolo della materna governante di questo scienziato pazzo che deve molto al dottor Frankenstein. «È stata una gioia lavorare di nuovo con Banderas, anche se sono passati vent'anni dall'ultima volta il fi lo artistico non si è mai spezzato» ha detto ieri Almodovar. «Antonio è lo stesso "chico" allegro e generoso che ricordavo, e insieme a Marisa abbiamo ricostruito la famiglia». Non dice che il ruolo della protagonista femminile, interpretato da Elena Anaya e sul quale non possiamo dire altro senza rovinare la suspense hitchcockiana che alimenta tutto il fi lm, doveva andare ad un altro membro della «famiglia Almodovar», Penelope Cruz (c'è anche una battuta del film che lo conferma), che l'ha rifiutato come ha rifiutato il ruolo di protagonista di Melancholia di Lars von Trier, per guadagnare molti più soldi col franchise Pirati dei Caraibi.
«Pedro è cresciuto enormemente, come uomo e come artista», ha ribattuto ieri Banderas, «è rimasto un enfant terrible, ma con questo fi lm ha raggiunto la maturità artistica ed esplicitato al meglio i temi che gli sono cari». A cominciare da quello dell'identità, ribadendo l'invito, come dice Marisa Paredes nel film, a «non confondere la forma con l'essenza», un'identità che va molto oltre il genere e il sesso. Lo scambio di battute più romantico e significativo del film è quello fra un ragazzo etero e una ragazza gay. «Tu sbagli», dice lui a lei che lo rifiuta. «A non amare gli uomini?», chiede lei. «No, a non amare me», risponde il ragazzo.
La piel que habito è un film sicuro e consapevole, più elegante e meno chiassoso anche nei colori e nelle composizioni scenografi che di quelli cui ci ha abituato Almodovar, ricco di echi e di rimandi, di riflessioni sulla libertà, sull'amore, sulla ricerca del vero. Un congegno ad orologeria al quale la giuria del festival di Cannes potrebbe non riuscire a sottrarsi. Questo articolo ha ricevuto 1163 visite.
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