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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Su Rai1 «Le cose che restano», il seguito ideale de «La meglio gioventu'»
Su Rai1 «Le cose che restano», il seguito ideale de «La meglio gioventu'»
«Il mio» dice Santamaria «è un personaggio solare che dovrebbe portare un po’ di leggerezza nella famiglia Giordani. Ma Andrea è anche un omosessuale, che ho interpretato senza bisogno di caratterizza
Sabato 11 Dicembre 2010
di La redazione di Gaynews
in Spettacoli

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«Ci sono cose che volano – uccelli, ore calabroni – ma di loro non mi importa. Poi ci sono le cose che restano: dolore, colline, eternità». È questa poesia di Emily Dickinson, letta nell’ultima puntata, ad aver dato il titolo alla fiction «Le cose che restano», quattro puntate dirette da Gian Luca Tavarelli in onda da lunedì 13 dicembre.

Sei ore in tutto, presentate in anteprima al Festival di Roma, che sono una sorta di seguito ideale de «La meglio gioventù», con cui condivide autori (Stefano Rulli e Sandro Petraglia) e produttore (Angelo Barbaglio). In realtà la fiction è la terza tappa di una trilogia tv, iniziata nel 1999 con «La vita che verrà», in cui si raccontava il dopoguerra, proseguita con «La meglio gioventù», sul passato recente, e che ora riannoda ne «Le cose che restano» i fili del presente.

La trama è complessa e corale: la protagonista è una famiglia che, dopo la morte del figlio più giovane, lentamente si disgrega e poi altrettanto lentamente si riaggrega, mentre la vita rilancia creando nuclei alternativi, sparigliando coppie, adottando nuovi figli. «La famiglia è al centro dell’immaginario degli italiani» spiega Rulli «al centro dell’identità sociale». Il teatro di tutto è la casa dei genitori Pietro e Anita (Ennio Fantastichini e Daniela Giordano), anche se, come dice Petraglia, «oggi la “casa di famiglia” sembra non esistere più: la famiglia esplode, si allarga, arrivano persone da fuori che ci contaminano, che talvolta ci complicano la vita, che talvolta ce la arricchiscono».

E infatti «Le cose che restano» ha almeno due ingredienti «forti»: il percorso che porterà Shaba e sua figlia, immigrate clandestine, a regolarizzare la residenza italiana, e soprattutto l’omosessualità di Andrea (Claudio Santamaria), uno dei figli di Pietro e Anita. «Il mio» dice Santamaria «è un personaggio solare che dovrebbe portare un po’ di leggerezza nella famiglia Giordani. Ma Andrea è anche un omosessuale, che ho interpretato senza bisogno di caratterizzazioni macchiettistiche da gay. Di solito si tende a ridicolizzare un’omosessualità che ancora non si riesce ad accettare». «Il film affronta indubbiamente molti temi attuali» aggiunge Paola Cortellesi, nel ruolo di sua sorella Nora, «anche scomodi e non facilissimi da esprimere. Questa è una storia complessa che può accadere, e che magari è accaduta, a persone che non conosciamo e chissà mai se incontreremo».

Il terzo fratello è Nino, interpretato da Lorenzo Balducci. «La nostra fiction» dice «affronta temi come l’omosessualità, il razzismo, l’Italia attuale, senza quel filtro che rende spesso i prodotti italiani così patinati, “educati”». Papà Fantastichini è perfettamente d’accordo: «La tv dovrebbe educare le masse ad aumentare la qualità della propria coscienza civile, a combattere l’intolleranza, a promuovere l’integrazione, l’armonia».

Una fiction tutta «impegno»? Al contrario. Gli ingredienti del grande romanzo popolare (morti, nascite, amori, tradimenti, malattie e guarigioni) ci sono tutti. Prevedere ottimi ascolti è fin troppo facile. (Sorrisi e Canzoni Tv)

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