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| A Roma il teatro clandestino del Belarus Free Theatre, osteggiati e censurati in patria |
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| In "Zone of silence", diviso in tre capitoli, si parla di infanzia difficile, di diversità |
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| Sabato 04 Dicembre 2010 |
| di Il Sole 24 ore |
| in Spettacoli |
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Al teatro basta uno spazio quadrato e il corpo dell'attore. Quella estensione ristretta può evocare una stanza o il mondo, e la presenza fisica l'universo interiore o l'umanità intera. Alla compagnia Belarus Free Theatre basta questo per dare voce alla loro urgenza di teatro. E di denuncia. Pochi oggetti in scena e sei magnifici attori portano sulla ribalta la dirompente necessità di un teatro come unica forma di lotta rimasta per la libertà di espressione e per la circolazione delle idee. Frase che potrebbe sembrare retorica. Ma in un paese quale la Bielorussia, l'ultima dittatura d'Europa, l'arte teatrale di questa compagnia, considerata illegale, appare scomoda e pericolosa al regime.
Che li ha censurati e interdetto i palcoscenici. Sono ritenuti sovversivi perché danno voce a testi contemporanei, a voci di oggi, a storie vere di soprusi e di emarginazione. Denunciano la violenza di Stato, il clima di repressione, il carcere preventivo. Mettono alla berlina il presidente Aleksander Lukashenko, al potere dal 1994. Denunciano l'altissimo tasso di disoccupazione, l'abbandono infantile, l'aumento dei suicidi, la tratta delle prostitute. Costretti a lavorare di nascosto i loro spettacoli si svolgono in clandestinità. Luoghi improvvisati e sempre diversi, case private, boschi, fabbriche abbandonate. Il pubblico viene avvertito tramite sms, mail, passaparola. Un tam tam che ha attirato l'attenzione e il sostegno di importanti istituzioni e personalità internazionali – da Harold Pinter a Tom Stoppard, da Vaclav Havel a Mark Ravenhill –.
Nato cinque anni fa dal regista Vladimir Shcherban e dal drammaturgo Nikolai Khalenzin con la moglie Natalia Kiliada, il Belarus Free ha all'attivo sei spettacoli dal forte impatto "politico", anche se i componenti non considerano tale il loro teatro. Tre di questi titoli sono arrivati in Italia, a Milano, Modena e Roma, grazie alla tenacia e alla passione di chi, come Natalia Di Iorio, crede ancora nella forza del teatro come necessità. E necessario appare il bisogno di parlare del loro Paese e di sé stessi, di dire ciò che altri tacciono, di comunicare con pochi mezzi ben oltre di ciò che si vede.
In "Zone of silence", diviso in tre capitoli, si parla di infanzia difficile, di diversità, di statistiche. Una lavagna, una sedia, una valigia, delle arance, una foto di Lenin, un palloncino, pochi altri oggetti e, in ultimo delle foto proiettate di personaggi reali per parlare di tutto questo. Ciascun attore rievoca episodi, in parte autobiografici, della propria infanzia per rispondere alla domanda su come certe ferite e violenze sofferte da bambini influenzino l'esistenza. La diversità di persone emarginate, trattata nel secondo capitolo, riguarda le storie reali di oppressione di un immotivato attacco sociale subite da una donna sola innamorata di Lenin, di un gay bielorusso di colore, e di un barbone con una grande passione per la danza. Infine, attraverso scenette ironiche, gli attori tentano di comprendere sterili dati statistici riguardanti la Bielorussia. Perché è al primo posto in Europa per numero di suicidi e di disturbi psichici? Quanti bambini vengono abbandonati negli orfanotrofi e perché i genitori non possono sostenerli? Bastano brevi scene e poco altro per parlare di altri problemi e temi. Per esempio, nella valigia una donna nascosta all'interno è pronta per essere esportata all'estero per prostituirsi. Con un grosso palloncino, invece, si simula una donna incinta che, allegramente, tenta di abortire schiacciandosi contro la parete o per terra fino a farlo scoppiare.
Nel secondo spettacolo, "Discover love", presentato a Roma a "Le vie dei festival", attraverso il racconto di una storia d'amore, si affronta il tragico fenomeno delle persone scomparse in circostanze misteriose e dei prigionieri politici. Basata su fatti realmente accaduti a Irina Krasovskaja, la cronaca culmina col rapimento del marito, giornalista e militante del partito dell'opposizione, e la sua uccisione avvenuta a Minsk nel 2000. La vicenda personale di Irina si intreccia in ultimo con quelle analoghe di altre donne in altre parti del mondo.
Ai componenti del Belarus Free, di strepitosa bravura, si potrebbe contestare una certa ingenuità stilistica. Ma occorre guardare a questo teatro sgombri delle nostre categorie estetiche, e prendere atto, ancora una volta, che il teatro ha bisogno di pochi mezzi. Quando, naturalmente, alle idee si accompagna una forte spinta dettata da una necessità. Come questa lezione essenziale che ci viene dalla Bielorussia.
"Zone of silence" e "Discover love".
Regia Vladimir Shcherban e Nikolai Khalezin.
Al Teatro Studio dell'Auditorium Parco della Musica di Roma per "Le vie dei festival" dell'Associazione Culturale Cadmo.
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