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| Arriva a Torino "Kaboom" la commedia queer di Gregg Araki |
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| Seicento programmi in dieci giorni scodellano oltre 230 film in appena 10 sale, per lo più piccole, zeppe, e inadeguate a sopportare sottotitoli leggibili |
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| Martedì 30 Novembre 2010 |
| di Il Manifesto |
| in Spettacoli |
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TORINO - Seicento programmi in dieci giorni scodellano oltre 230 film in appena 10 sale, per lo più piccole, zeppe, e inadeguate a sopportare sottotitoli leggibili. Non ha più il multiplex fuori le mura il Tff 28 (fino al 4 dicembre), e questo rende claudicante e un po' provinciale l'ambizione di confrontarsi con gli altri festival metropolitani più maturi, per esempio nella gestione ottimale dei biglietti (qui la coriacea repressione sabauda punisce perfino chi è colpevole di non assistere alla proiezione prenotata!). E siccome ai giornalisti è riservata una sala a parte, con una trentina di anteprime - e a volte quelli in gara sono proiettati uno dopo l'altro, rendendo impossibile scrivere di tutti - è difficile coprire tutto ciò che interessa, il film di Danny Boyle, per esempio.
E le lunghe file al gelo - la passione cinefila dei torinesi è intatta - rendono nervosi tutti i pubblici. Ma la rassegnazione prevale. Non tra gli studenti che, fuori dalle sale, manifestano con eleganti tam tam africani e orecchini rom vendoliani, ricordando che «è Gelmini la migliore amante dei baroni», e non viceversa. Già ammirata a Cannes e presto nelle sale italiane Kaboom di Gregg Araki (sezione festa mobile), commedia lisergica in cerca di genere (horror? pamphlet antinazista? beach movie? dramma punk da college? catastrofico?) con personaggi dalla sessualità sfrontata, indefinita o mutante, come quella del regista nippoamericano, ripropone un beniamino della tradizione torinese d'epoca Della Casa, D'Agnolo, Turigliatto, Rondolino (e non è la sola citazione affettuosa diventata sostanza di un cartellone: Carpenter, Argento, De Bernardi, Eastwood, Ruiz, Wakamatsu, Vivarelli...). Esponente della prima generazione global e on line che ripesca dal patrimonio classico hollywoodiano frammenti di piacere obliqui e dimenticati, Gregg Araki, come Richard Linklater, Todd Haynes o Roberto Rodriguez, scompone con sensibilità «camp» (ovvero: non avere mai paura delle proprie ossessioni colpevoli più intime) il tessuto narrativo, aprendolo a connessioni demenziali e fuori misura, sempre al di là di un materiale immaginario controllabile. Così quello che è all'inizio un «comics di formazione» che maturerà un adolescente vacillante dell'Usc, circondato da amiche quasi lesbiche e molto sexy, da compagni di stanza surfer irresistibili e gay rimossi, da girlfriend collezioniste di orgasmi fuori serie, si complica, dopo un party al funghetto sciamanico, in incubi che sfondano la sfera onirica per rientrare nel necrorealismo più quotidiano e verosimile. Che i padroni del mondo giochino con le nostre teste, tra bombe atomiche minacciate e bombe atomiche spirituali sganciate ogni secondo, è la morale di questa fiaba apocalittica e non integrata, comicissima nel prefigurare altre connessioni possibili alle relazioni postumane, che necessariamente dovranno essere paranormali, o almeno anormali.
Di «sogni lucidi» si occupa anche Raul Ruiz nel suo mirabile omaggio alla cultura lusitana che racchiude in sole quattro ore I misteri di Lisbona (Festa mobile, speriamo presto in onda a Fuori Orario su Raitre), il romanzo di Camilo Castelo Branco che coglie, attraverso il teatro onirico, melodrammatico e ferale, di un nobile e orfano di 14 anni, Joao, che mette in scena una vita che non vivrà mai, il trapasso tra i «costumi» dell'illuminismo, non solo ragionante, e quelli del romanticismo, non solo desiderante. Scopriremo tra assassinii, tradimenti, inflessibili leggi ereditarie, passioni eterne, zingari che diventano preti, vendette, duelli, loschi commerci di schiavi, clausure forzate in convento, nobiltà decadute, disfatte napoleoniche, in un mondo già globalizzato che lega Lisbona a Venezia, Parigi e Rio de Janeiro, quanto di libertino, imperialista, disumano, perverso ci sia stato nel «colonialismo periferico» portoghese, nella sua aristocrazia perennemente impermeabile a ogni valore, di libertà , eguaglianza, fraternità, ma, nello stesso tempo, mossa da tempeste interiori di spiritualissima purezza (quella che coglierà Pessoa nella sua auto-apologia critica di un portoghese «multiplo»).
Mentre il festival rende omaggio a Giuseppe Bertolucci, regista e archivista di cinema prezioso, a Silvia Toso, creatrice di Hollywood Party il programma di Radiotre da sempre al fianco del Tff e a Dario Argento che ha scelto l'occhio meccanico-umano di Dziga Vertov per penetrare i misteri delle sue calligrafie dark, due documentari della «nuova scuola italiana» ci hanno particolarmente interessato. Marco Santarelli scopre il «punctum» del problema Italia, la voglia matta di diventare mostri, in Scuola media, attraversamento senza maschera antigas di una periferia di Taranto, tra studenti indocili, professori allibiti e dirigenti scolastici di intatta grinta sessantottina, e il tutto, guarda caso, a pochi chilometri da Avetrana. Santarelli che viene dal muckumentary (il documentario ingannatore) ci fa respirare qui a pieni polmoni la tensione didattica nelle aule, dai dettati alle interrogazioni alla glaciale impermeabilità di chi sa già che la scuola sta diventando, come il militare una volta, una inutile perdita di tempo. E dunque anche la tossicità di un ambiente totalitario che l'Ilva ha talmente stordito da decenni, fino a trasformare chi respira ogni ora del giorno quei puzzolenti veleni cancerogeni in portatore di chissà quale virus freak, in un piccolo paladino dell'acciaieria.
Perché, lo dicono i ragazzi ai professori che annuiscono, nonostante tutto, l'Ilva «porta lavoro» e assicura salario e pane. Certo i ragazzi «interpretano una parte», perché a scuola guai dire la verità. Eppure filtra a fatica quel gusto fertile per «lo zero in condotta» come voglia di «altra condotta». I giapponesi lo studiarono a lungo, quel complesso avveniristico, ma seppero trasformare in business da «chimica fine», ogni antidoto ecologico alle esalazioni esiziali dell'acciaio. Non che non esploda, nel sotto testo, qualche brivido di ricerca off, nella scena della monaca di clausura, o nelle esercitazioni di musica. E soprattutto nel duetto, sconvolgente, tra una tredicenne che vuole vivere la sua vita «piena» e autovalorizzante (Sarah?) e chi (Sabrina?) annuncia solennemente che farà «solo quello che le ordinerà» di fare il fidanzato. Così la pensiamo noi». E pare che abbia già il velo imposto.
I due Agnelli, Gianni e Edoardo, padre e figlio, che Giovanni Piperno mette a confronto nella bellissima radiografia di una dinastia, Il pezzo mancante (ne riparleremo), il primo, «l'avvoltoio», come lo definì il manifesto o il «perverso», come lo avrebbe definito Adam Smith; il secondo, l'islamista e il «sufi», dunque, industrialmente, molto più visionario e avvenirista, avrebbero risposto alla domanda come Manager, l'Avvocato, e come rivoluzionario, il suicida (e sulla sua tomba ci piacerebbe leggere un epitaffio zen, «Torno subito»). Non parleremo invece del ripetitivo film «di regime» in concorso (un infortunio di Amelio) Ritratto di un combattente da giovane, del rumeno Constantin Popescu, atroce soprattutto come parodia del film di guerriglia alla Che Guevara di Soderbergh, e che non riesce neppure a essere mai fecondamente anti-comunista come Alba Rossa. Questo articolo ha ricevuto 281 visite.
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