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| Venezia 67: Sofia Coppola una lady in gold |
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| In una Mostra segnata dall'alto tasso politico dei suoi film, il Leone d'oro va alla cineasta americana, presente in laguna con «Somewhere» |
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| Lunedì 13 Settembre 2010 |
| di Il Manifesto |
| in Spettacoli |
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Era tornata precipitosamente indietro, al Lido, e dal pomeriggio si vociferava di una sua vittoria. Sofia Coppola, Leone d'oro 2010, abbraccia Tarantino e si lascia andare all'emozione, fasciata in un elegante abito a palloncino verde: «Non ci credo, non ci credo...Grazie ai miei genitori. E grazie a mio padre che mi ha insegnato: è incredibile!».
Dopo la carrellata dei leoni, sul podio sale anche Verano de Goliat di Nicolas Pereda, ventottenne regista messicano con una filmografia già numerosa e conosciuta nei grandi festival internazionali come Rotterdam, Toronto, San Sebastian, che esce a testa alta, aggiudicandosi la sezione Orizzonti. La bella giuria - Shirin Neshat, Alex Horvath, Lav Diaz, Raja Amari, Pietro Marcello - lo ha premiato insieme a The Forgotten Space di Noel Burch e Allan Pakula (premio speciale), Tse di Roee Rosen (mediometraggi), Coming Attractions di Peter Tscherkassky (corti) e una menzione al commovente Jean Gentil di Laura Amelia Guzman e Israel Cairdenas.
Quest'anno la sezione «parallela» del festival, più vicina al Forum e al Panorama berlinesi che al Certain regard di Cannes - se non altro per il fatto di unire «generi», formati e durate diverse - è stata molto curata e non solo nella selezione forse un po' «bulimica» (ma è male diffuso in ogni festival, piccolo e grande) rispetto agli spazi. È stato inaugurato il Club Orizzonti, lo spazio degli incontri tra autori , stampa e pubblico, eppure mi dice un poco sconcertato un amico tedesco, la stampa italiana non se ne occupa. Fa bene Müller a dispiacersene, però la «disattenzione» non è solo cosa veneziana, basta guardare come funziona con altri festival, Berlino o Cannes, e la cosa purtroppo non è nemmeno circoscritta al cinema.
Roee Rosen è artista visivo e cineasta, dalla ricerca artistica ha portato nel cinema la performance e l'astrazione delle strutture narrative. Si può fare un film politico oggi su Israele e la sua politica di guerra partendo da quello che sembra un documentario sul sesso BMDS, cioè sadomaso? Tse comincia con due ragazze che spiegano come sono arrivate alla pratica sadomaso. Una cresciuta in una famiglia di destra e militarista, ha scelto il ruolo della Dominata, il suo padrone lo ha conosciuto in rete. L'altra, lesbica, impegnata nei movimenti pacifisti e per i diritti civili, è una Dominatrice, ruolo secondo lei più difficile perché richiede la massima attenzione nei confronti di chi esercita il potere. La pratica sessuale comincia, e il piacere diviene un esorcismo per liberare la Dominata (Israele?) dall'ideologia della destra, il Demone che la possiede ha infatti la voce del ministro degli esteri israeliano ultra reazionario Avigdor Lieberman. La Dominatrice la colpisce con violenza sulle natiche, l'altra si dibatte. Poco prima di iniziare aveva detto: «La destra è dentro di me, ci sono cresciuta». L'idea del paese «occupato» da una ideologia inconsapevole è molto forte come la rappresentazione del suo (possibile) esorcismo nel sesso, che tinge di viola le natiche della ragazza. Alla fine sarà cullata dalle parole di Esenin, Lettera alla madre, cantata in yiddish, la lingua del femminile, come dice la ragazza Dominatrice, contro l'ebraico imposto dal sionismo militarista.
Israele è al centro della ricerca di Roee Rosen, ricordiamo Confessioni di Roee Rosen, anch'esso ritratto spietato del paese, vincitore al Fid di Marsiglia due anni fa. Rosen dissolve l'iconografia predominante del conflitto mediorientale, la interiorizza, ne cerca le pulsioni profonde e al tempo stesso crea un cinema politico lucido, provocatorio e ironico, che non asseconda ma, al contrario, si fonda sul conflitto.
In The Forgotten Space Noel Burch cineasta e teorico del cinema e Allan Sekula, sperimentale delle immagini, cercano nel mare, e nel suo simbolismo, la logica dell'economia globale contemporanea. Il movimento delle onde, di cui ci si ricorda solo nei disastri, è quello delle chiatte, dei container sulle grosse navi che viaggiano tra Asia e Europa con gli operai cinesi a basso costo. È lo «lo spazio dimenticato» ove si ascoltano le voci dei camionisti in California, gli agricoltori che in Olanda hanno lasciato le terre. I due cineasti inseriscono il presente nella memoria di archivi, in spezzoni di vecchi film, anche questo è un esempio magnifico di cinema politico - e saggistico - che si fonda sulle immagini, la cui forma è necessaria alla materia con cui si confronta. Senza retorica, e quando si parla del lavoro la cosa non è facile.
Jean Gentil è ambientato a Haiti, i due cineasti che lo hanno realizzato, marito e moglie, sono dominicana Laura Amelia Guzman e messicano Israel Cardenasa, trentenni, indipendenti, a conferma di un cinema del continente latinoamericano eccentrico e vitalissimo. Un film come Jean Gentil non lo avevamo mai visto, anche qui l'iconografia su quella parte di mondo, Haiti è inedita. Non ci sono guerre né bande armate di machete, questo non vuol dire che la realtà intorno a Jean Gentil sia meno violenta. L'uomo, colto, raffinato, non trova lavoro, vive una crescente marginalità finché non abbandona la città dove ha perduto tutto, rifugiandosi nella foresta in solitudine mistica. Ma anche quella natura sarà divorata, in uno strano parallelo, quasi fusionario, tra l'uomo e il paesaggio, limitato dal latifondo, la cui bellezza sembra fuori dal tempo, inadeguata come la sapienza creola di Jean Gentil. Questo articolo ha ricevuto 283 visite.
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