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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Venezia 67: il film «20 sigarette», il tempo che ci vuole per morire a Nassirya
Venezia 67: il film «20 sigarette», il tempo che ci vuole per morire a Nassirya
La strage di Nassirya del 12 novembre 2003 raccontata da un 28enne anarchico, antimilitarista, no-global dei centri sociali. Uno che ammette di non aver fatto la naja «perché mi sono finto gay»
Lunedì 06 Settembre 2010
di Il Giornale
in Spettacoli

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La strage di Nassirya del 12 novembre 2003 raccontata da un 28enne anarchico, antimilitarista, no-global dei centri sociali. Uno che ammette candidamente di non aver fatto la naja «perché mi sono finto gay».

Premesse certo non delle migliori per l’autobiografico 20 sigarette, da mercoledì nelle sale distribuito da Cinecittà Luce, passato ieri in Controcampo Italiano (e applaudito per dieci minuti) mentre nella stessa sezione oggi si vedrà, sempre sulla guerra in Irak, il documentario di Monica Maggioni Ward 54 con le interviste ai soldati americani. Invece il regista Aureliano Amadei che gira con il bastone, perché porta i segni sulla propria pelle di quella terribile giornata, è riuscito a realizzare un film onesto (ne è prova una certa ingenuità di racconto), commovente e, per quanto possibile, bilanciato.

I fatti. Novembre 2003. Aureliano (interpretato da Vinicio Marchioni, «il Freddo» della serie Romanzo criminale) parte, quasi per gioco, come aiuto regista di Stefano Rolla (Giorgio Colangeli) per girare un film in Irak. Neanche il tempo di finire un pacchetto di sigarette (ecco il titolo) che si ritrova al centro della tragedia dell’attentato alla caserma di Nassirya con 19 italiani uccisi, tra cui lo stesso Rolla. La macchina da presa in soggettiva ci fa rivivere quegli attimi tremendi in cui un gruppo di soldati, con cui il protagonista era riuscito in poco tempo a fare amicizia e verso cui lo spettatore sente già un certo affetto, scompare dalla faccia della terra per colpa di un camion bomba kamikaze.

Ecco, ciò che il film riesce a trasmettere molto bene è il lato umano delle cose. Quello per cui anche le più forti convinzioni (in questo caso esemplificate dalla frase apodittica «Io i militari li odio») alla prova dei fatti, della vita, non possono mai essere così radicali. Tanto da portare il regista, che ha tratto il film dal suo Venti sigarette a Nassirya (Einaudi) scritto insieme a Francesco Trento, a una considerazione affatto banale: «Aver vissuto certe cose sulla propria pelle mi ha cambiato. Oggi penso che l’ideologia e il pensiero debbano arrivare sempre dopo l’umanità». E lo spiega bene anche nel film quando alla fine uno dei suoi compagni del centro sociale dice di non riconoscerlo più perché mette sullo stesso piano (addirittura!) il ricordo dei bambini irakeni uccisi e dei soldati.

Certo poi un tipico armamentario ideologico non manca con una critica verso il mondo militare (si vede un soldato dimenticarsi il fucile prima di andare in missione o un altro millantare di essere stato un eroe a Nassirya per aver salvato molti colleghi e lo stesso Aureliano a smentire tutto), e poi «l’orgia di retorica che non ci ha permesso di andare più a fondo sulla vera dinamica dei fatti», così come tutta la sfilata di politici, giornalisti, militari al Celio di Roma dove il protagonista si trova in cura viene liquidata con una sequenza accelerata, e quindi ridicola, che ricorda la soggettiva dell’Alex di Arancia meccanica ingessato in ospedale. Ma nella tragedia Amadei ha trovato una nuova centralità di vita - anche familiare con una figlia avuta da quella che prima era solo un’amica (interpretata da Carolina Crescentini) - che forse tanti suoi (ex?) compagni non raggiungeranno mai. E non è poco.

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