 |
| L'amore negato nel cinema di Francois Ozon |
 |
| Esce nelle sale "Il rifugio" di François Ozon. A Venezia invece sarà in gara per il Leone d'Oro ed il Queer Lion con "Potiche" |
 |
| Venerdì 27 Agosto 2010 |
| di Il Manifesto |
| in Spettacoli |
|
 |
|
Mousse (Isabelle Carré) non è l'operaia madre single protagonista di Ricky. Ma come nel precedente film François Ozon guarda ancora una volta alla maternità come allo spazio narrativo in cui prendono forma i vissuti dei suoi personaggi. Una coppia, Mousse e Louis (Melvil Popaud) e la loro storia d'amore e di eroina consumata nell'appartamento quasi vuoto. Lui muore, lei si accorge di essere incinta. La famiglia di lui, ricchezza borghese, quasi infastidita spinge per l'aborto. Lei fugge, vuole quel bimbo, è l'unico legame che le rimane con l'amato perduto. Una casa sul mare nei paesi baschi diventa il suo rifugio dal mondo come la pancia che cresce dal dolore del lutto. La trova il fratello di lui (Louis Ronan Choisy, cantante al suo esordio d'attore, anche autore delle musiche), i due si avvicinano, lui gay e figlio adottato sa comprendere le paure più segrete e sa insegnarle quanto sia importante la condivisione con qualcuno.
I dialoghi tra i due costruiscono poco a poco una sorta di elegia della morte e della vita, della paternità e in qualche modo lui finisce col rappresentare una figura di padre scomparso. A questo punto viene da chiedersi: può bastare l'idea della maternità come risposta a ciascuna delle domande e dei dubbi sul nostro essere al mondo? La risposta francamente è no. È che tutto qui è poco credibile, a cominciare proprio dalla condizione umana della ragazza, a tratti fragile, a tratti ricattatoria e dal suo rapporto con la gravidanza, quasi un fantasma delle sue ossessioni, di lui, del suo dolore e del desiderio bruciante di farlo rivivere. Se però in Ricky l'ispirazione ribelle del bimbo-angelo che si sottrae con la sua «diversità» all'incubo di quella dimensione familiare ordinaria quasi da horror - come Ozon ce la presenta - qui il melò con pancia non trova una sua distorsione (possibile) fantastica, paradossale o crudele, compiacendosi di questo suo stato. Manca in questo gioco di specchi una verità, tutto suona poco credibile, a cominciare dalla messinscena di un corpo - la protagonista era realmente incinta sul set - che nelle sue mutazioni, «reali» e narrative poteva conquistare un spazio di maggiore inventiva e libertà, vista poi la delicatezza con cui Ozon si confronta col suo stato «reale».
Alla fisicità il regista sembra però preferire una specie di aura, che circonda la donna per tutto il film, di ispirazione vagamente cattolica, quasi una Madonna che si trasforma a poco a poco nel rifugio stesso su cui proiettare i propri desideri (forse anche di redenzione). Che dire? Forse Ozon, che dimostra anche nei suoi film meno riusciti un controllo magistrale della visualità, dovrebbe prendersi un tempo più dilatato per i suoi film che si inanellano velocemente uno dopo l'altro. Anche perché la tecnica non sempre (quasi mai) riesce a supportare un'emozione. Questo articolo ha ricevuto 267 visite.
|
|
 |
|
| APPUNTAMENTI |
 |
|
|
|