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| Locarno: nna delle opere più attese ha deluso. E nemmeno la regista sembra convinta |
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| Parliamo di Bas-fonds, opera terza dell’attrice Isild Le Besco (classe 1982), figlia d’arte che ha cominciato a recitare da bambina |
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| Mercoledì 11 Agosto 2010 |
| di La Stampa |
| in Spettacoli |
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Preceduto da una piccola suspense perché a un certo punto sembrava che della regista fossero sparite le tracce, era uno dei film in concorso più attesi per via dell’argomento trasgressivo. Parliamo di Bas-fonds, opera terza dell’attrice Isild Le Besco (classe 1982), figlia d’arte che ha cominciato a recitare da bambina. Un’anonima periferia, un appartamento lercio e disadorno che ha per unici mobili una grande branda e un divano fatiscente piazzato davanti a una tele, quasi sempre sintonizzata su immagini di sesso gay hard. In questa specie di «non luogo» da teatro della minaccia se ne stanno accampate tre giovani outsider, l’animalesca Magalie, sua sorella minore Marie Steph ancora adolescente e la remissiva graziosa Barbara, invaghita, chissà perché, di Mag, la quale sbraitando, insultando e picchiando esercita il suo potere tirannico su entrambe.
Le tre si nutrono di scatolette, si addormentano mezze ubriache, si aggirano per la casa in mutande, si odiano, si amano, si sfidano l’una con l’altra. Ma sono pronte a far muro contro il resto del mondo e possiedono un fucile. Ora, si sa che quando in scena appare un’arma presto o tardi partirà un colpo: qui la vittima è un panettiere, ucciso per caso durante la devastazione del suo lindo negozio. Un incidente che si rivelerà fatale, cambiando ogni cosa.
Alla conferenza stampa c’è curiosità di saperne di più, ma la Le Besco, viso struccato e pallido, occhi chiari semiorientali (il papà è mezzo vietnamita), i biondi capelli raccolti, vestita di nero come un’orfanella e riservata di modi - l’esatto contrario della sua protagonista - risponde a monosillabi, ogni tanto implorando con sguardo sperduto il suo giovane produttore di darle un supporto. Le chiedono se il personaggio di Magalie suggerisca una lettura dell’omosessualità femminile in chiave di violenza e Isild si stupisce: «Queste donne si amano, ma il soggetto del film non è l’omosessualità». Forse è il tema del cibo a essere centrale, visto che le tre, mangiatrici compulsive di schifezze, ammazzano un panettiere? Lei trasecola: non ci ha proprio pensato, però può essere che a livello subliminale...
Sull’importanza del ruolo del televisore perennemente acceso, invece, scatta la luce verde: «Sì, per i miei personaggi, come per tanta gente, la televisione rappresenta l’unico modo di esistere in un mondo da cui altrimenti sono esclusi». Allora lo stato di follia delle protagoniste sarebbe colpa dell’attuale degrado sociale?, azzarda qualcuno: «No, i marginali sono sempre esistiti, in ogni epoca e società».
Niente di male in tanta afasia, gli artisti parlano con la propria opera. Ma nell’atteggiamento così voluto della Le Besco pare di poter individuare il limite del suo film: una pellicola raffinata e letteraria, girata sul modello formale di una neo-nouvelle vague, che però rimane impiccata a un poco convincente manierismo «intellò». A darcene la controprova è stato il maestro svizzero Alain Tanner, insignito ieri sera in Piazza Grande del Pardo alla carriera. Parlando del suo primo film nato nel fatidico 1968, ha detto: «C’era allora una felice sincronia fra ciò che succedeva nella realtà e il cinema: ed era da questo che nasceva la sua capacità di impatto, la sua forza». Questo articolo ha ricevuto 218 visite.
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