Ormai i grandi concerti rock sono quello che rimane dell´idea di una possibile festa collettiva, e Luciano Ligabue, da questo punto di vista, ce la mette davvero tutta. Tanti segni di riconoscimento: foto scattate da lui stesso guardando il pubblico e poi scaraventate sui tre grandi schermi con la dicitura "saluti da Roma", un monito sulle risorse idriche, con una scritta perentoria: "Sei pronto a pagare per la tua acqua?", e addirittura, un bacio gay, anche questo sparato sui tre schermi, dove peraltro a un certo punto, prima del pezzo La verità è una scelta, si vedono Biagi, Calvino, De André e Fernanda Pivano, come dire quattro supertestimoni di quel culto della verità (giornalistica, letteraria, musicale) a cui ci piace rimanere aggrappati.
L´Olimpico è in festa, l´accoglienza magnifica, osannante, e tra gli spalti scorrono oltre due ore di rock da manuale, anticipati da un conto alla rovescia con tanto di orologio, nella classicità mainstream che Ligabue rappresenta, come dire: niente scarti di stile, niente bizzarrìe, visto che il Liga rappresenta quella sana e proletaria voglia di riscatto e "urla contro il cielo" che ha bisogno di "normalità", per quanto può essere normale il rock, messaggi semplici e diretti, ma anche tanta, smisurata, incontenibile energia. Che piove da un palco deliberatamente disadorno («Volevamo che si vedesse meno la produzione» ha raccontato Ligabue, «una costruzione a scomparsa, che si vedesse quando è accesa») ovvero illuminato dai tre schermi che di volta in volta amplificano i dettagli della band, giocano di scritte e colori, filmini stile super8 da memorie familiari, a seconda dei pezzi e del tono della musica.
Nel tentativo di evitare eccessi da messa cantata, Liga propone ben dieci pezzi del nuovo disco Arrivederci mostro, anche se manca proprio la famosa lettera in stile Avvelenata («Ma è solo perché musicalmente proprio non c´entrava niente con questo concerto» ha precisato), ben tre canzoni all´inizio e altre sparse nella serata, in alternanza con quelle che proprio non ci possono non essere, vedi Certe notti, Balliamo sul mondo, Urlando contro il cielo, pezzi da novanta che la gente aspetta come un distintivo di appartenenza a un immaginario club di cuori solitari, notturni, innocenti, un po´ sbandati, ma con forti convinzioni su un futuro possibile. E infatti a proposito di tutti i volti in bianco e nero dell´eccellenza italiana (da Totò a Pantani) che scorrono sugli schermi mentre canta Buonanotte all´Italia, Ligabue precisa: «Continuo a pensare che se uno nasce in questo paese non può non amarlo, ma anche non provare la frustrazione di un paese che non riesce a essere moderno, a funzionare, ad avere un governo che metta in pace la gente che porta avanti idee, o semplicemente offra i servizi che ci servono. La cosa più agghiacciante è che anche i politici che hanno sempre avuto la faccia tosta di fare promesse sul futuro, ora neanche quello, non ce la fanno. Il mio è un finale di speranza perché il presente è un brandello di futuro, e se vedi il futuro di merda lo diventa anche il presente». E allora continuiamo a pensare che il rock possa davvero migliorare il mondo. Questo articolo ha ricevuto 426 visite.
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