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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Due studenti universitari volevano fare satira, così è nato South Park
Due studenti universitari volevano fare satira, così è nato South Park
Il cartone animato politicamente e religiosamente scorretto nato dalla penna di Trey Parker e Matt Stone
Sabato 01 Maggio 2010
di Il Foglio
in Spettacoli

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Da studenti, all’Università del Colorado dove si sono incontrati, Trey Parker e Matt Stone volevano far satira. In “South Park” le hanno sparate grosse, attaccando tutto e tutti. A cominciare dalle tristi feste di Natale senza neanche un canto tradizionale, un presepe, un albero con le luci: guai a offendere le altre religioni, e anche i paladini dell’ambiente sono molto irritabili. Va a finire che i bambini nella scuola di South Park si riuniscono intorno a una merdina con cappuccio rosso bordato di bianco, unica entità che non disturba nessuno, e siccome sono nell’età giusta per divertirsi con la cacca non se ne lagnano, la vergogna colpisce genitori e insegnanti. Nei pomeriggi di noia, affittano un barbone per farsi accompagnare al cinema (il filmaccio intitolato “Trombino e Pompadour” richiede un accompagnatore adulto). O si fanno spiegare il sesso dal cuoco nero della mensa scolastica. Ma è tutta teoria: l’imbranato Stan vomita puntualmente per l’emozione quando cerca di rivolgere la parola alla ragazzina dei suoi sogni.

Da Sean Penn a Mel Gibson, da Tom Cruise a Michael Moore, le guest star trascinate loro malgrado nei vari episodi della serie e nel film “Più grosso, più lungo e senza tagli”, hanno reagito con furore. Nei 200 episodi finora andati in onda, abbiamo visto Saddam rotolarsi nel letto con Satana, prendere in giro i musical con l’Aids, sbeffeggiare le madonnine sanguinanti, sterminare gli hippie con il Ddt, trattare senza rispetto i bianchi poveri, gli ebrei, i gay, e tutti gli argomenti che i comici anche bravi solitamente maneggiano con cura. Da parte loro, non si sarebbero fermati neppure davanti a Maometto: finché il canale Comedy Central, dopo le minacce ricevute, ha imposto uno stop. Incassando soltanto la solidarietà dei “Simpson”, la serie rivale a cui sono stati spesso paragonati, per la bellezza di quattordici stagioni, giusto per ribadire “non sono all’altezza del maestro Matt Groening, meglio Homer e Bart di Stan, Eric, Kyle e Kenny”.

La classifica delle passioni non sta tra le scienze esatte, eppure una simile levata di scudi verso “South Park” sembra eccessiva. I disegni più semplici, l’animazione più elementare, meno riferimenti colti e più volgarità sono le pezze d’appoggio per il discredito. Non c’è un personaggio come Lisa, la figlia presentabile che suona il sassofono, con cui lo spettatore si identifica godendosi la spazzatura altrui.

Loro divorano cibo schifoso e scaricano le scorie nucleari nel fiume, dove i pescatori di frodo troveranno pesci con tre occhi. Noi stiamo sul divano a guardare la tv intelligente. Ben riparati dalle battute sul Grande Clitoride, divinità celebrata dal cuoco sessuomane di South Park, e dal punto di vista dei pestiferi ragazzini sulle mestruazioni: “Non mi fido di qualcosa che sanguina quattro giorni e poi non muore”. Non vincerà una gara di buon gusto, ma la prova della risata la supera, eccome. Tanto più che i mocciosi del profondo Colorado non possono festeggiare un Natale come si deve, ma alle lezioni di educazione sessuale hanno il voto in pagella. La misura degli oltraggi sapientemente perpetrati da Trey Parker e Matt Stone sta in una serie del 2001. Titolo (con i doppisensi del caso): “That’s My Bush!”. La sitcom raccontava la famiglia presidenziale alla Casa Bianca, ed era stata scritta prima di conoscere il risultato delle elezioni.

Se avesse vinto Al Gore, si sarebbe intitolata “Absolutely Al”, senza cambiare granché del copione. Nel mirino c’era il potere, non l’uno o l’altro presidente: alla base, l’idea che chiunque potrebbe uscire dalla Casa Bianca portandosi via l’argenteria, o qualcosa di analogo. La coppia battibecca regolarmente, il vicino è ambientalista e gay, la segretaria bionda e molto oca annuncia in preda al terrore “siamo per essere invasi dagli alieni” scambiando il game boy per un palmare. Nella puntata sull’aborto vediamo litigare “una femminista culona” (parola del finto Bush) con un feto in giacca e cravatta che racconta le sue peripezie, da prigioniero di guerra riuscito fortunosamente a cavarsela: “Sono stato abortito, ho strisciato e mi sono nutrito di radici, ma sono vivo”. La cena della pacificazione tra pro-life e pro-choice risulta un disastro, come se non bastasse Laura reclama la cenetta a due da tempo promessa, quindi il presidente deve dividersi tra il litigio etico e quello privato. Parker e Stone provocano e non si schierano: piaccia o no, non fa parte del mansionario di chi per mestiere ha scelto la satira.

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