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| Santamaria: "Prima macho nella giungla poi gay a Roma" |
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| Film d’azione in Guyana e una Meglio gioventù bis per la Rai |
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| Martedì 16 Marzo 2010 |
| di La Stampa |
| in Spettacoli |
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di SIMONETTA ROBIONY
Di Koltès Claudio Santamaria aveva visto solo l’ultimo lavoro, Roberto Zucco, scritto dal drammaturgo francese prima della morte per Aids nel 1989 e aveva letto La solitudine dei campi di cotone. «Molti anni fa. Ricordavo pochissimo». Appena ha avuto tra le mani La notte poco prima della foresta, però, il testo che impose Koltès all’attenzione della critica, ne è stato conquistato. «È un monologo interiore sulla solitudine umana: un classico senza tempo che mi ha preso subito per due ragioni - racconta Santamaria -. La prima è politica: l’impotenza di ognuno di noi di fronte a un potere invisibile che non puoi combattere perché non si mostra. La battaglia, scrive Koltès, non sarà tra ricchi e poveri ma tra i poveri e noi, giacché i ricchi saranno sempre altrove. La seconda è artistica: a me come attore permette di usare ogni corda dell’anima e ogni muscolo del corpo, in quel linguaggio particolare tipico del teatro contemporaneo. Una necessità dettata dalla grande produzione di fiction televisive e film per le sale che, spesso, proprio al linguaggio naturalistico fanno riferimento, una necessità che certo non si avvertiva solo cinquant’anni fa». Lo spettacolo, presentato all’interno della rassegna franco-italiana «Face à face» con la regia di Jan Diego Puerta Lopez, dopo tre settimane al Piccolo Eliseo di Roma, dove ha debuttato il 9, andrà in giro per la Puglia, l’Emilia fino ad approdare a Milano, all’Elfo, il 13 aprile. «Mi pare che l’abbiano già fatto Scarpati e Venturiello, perciò qualcuno mi aveva chiesto che senso avesse riproporre questo Koltès. Lo si domanda per Shakespeare? No. E allora perché farlo con lui?»
Attore teatrale prima di ogni altra cosa, approdato al mestiere passando per il doppiaggio, un lungo sodalizio in scena con Paola Cortellesi, molto cinema ma anche molta tivù, Santamaria è un tipico esponente della generazione di trenta-quarantenni del nostro spettacolo che vogliono fare bene il loro mestiere. Nessuno snobismo nei confronti della tivù o del cinema, ma una passione coltivata e mai tralasciata per il teatro. «Per un attore non è solo un esercizio necessario recitare davanti alla gente, è anche l’occasione per sentirsi parte di un progetto fin dal suo inizio, allargare le proprie capacità espressive, concedersi il piacere di fare ciò che si vuole. Con il teatro partecipi alla semina. Con il cinema e con la televisione, no». In che senso? «Entri che già è stato tutto discusso, deciso, preparato. Stai dentro un ingranaggio che può piacerti oppure no. A volte soffri perfino. Naturalmente ci sono le eccezioni e, quando arrivano, ci sono i premi. Ma non sono tante». Ne citi una. «Lavorare nello 007 Casino Royale, una megaproduzione miliardaria dove c’erano cinque allenatori che mi hanno preparato per due settimane alle scene d’azione. È un lusso che si può avere se ci sono moltissimi soldi oppure se i soldi non ci sono per niente e fai tutto da solo». La popolarità chi gliel’ha data? «La gente, quando mi parla, cita sempre tre miei titoli: L’ultimo bacio di Muccino, Romanzo criminale di Placido e la fiction di Marco Turco su Rino Gaetano. Ne deduco che, se ho una popolarità, la devo a loro. Per fare Gaetano ho lavorato mesi. Un po’ canticchiavo già. Lo faceva mio padre, mio fratello suonava, la vocalità mi si era affinata con il doppiaggio. Ma per arrivare a cantare senza imbarazzo davanti alla macchina da presa sono andato in giro con una band per locali».
L’ultima volta che ha cantato in pubblico? «In una festa per il lancio di Baciami ancora di Muccino». Progetti? «Nessuno. Aspetto escano due cose mie. Una è un film francese d’azione girato nella Guyana francese, 600 chili di oro puro: una storia di miniere d’oro, sfruttamento di clandestini, fughe. Una pellicola molto fisica». Duro starsene nella foresta amazzonica lontano da compagna e figlia? «È il mio lavoro. E poi quella foresta, fitta com’è, mi intrigava. C’era una tarantola con le zampe arancioni che mi divertivo a farmi camminare addosso». E l’altro lavoro cos’è? «La fiction Le cose che restano diretta da Tavarelli per Raiuno e prodotta da Barbagallo, malamente indicata come la prosecuzione di La meglio gioventù perché racconta l’Italia di oggi con i suoi problemi». Il suo ruolo? «È una vicenda corale: c’è anche Paola Cortellesi assieme a me. Sono il figlio di Ennio Fantastichini, lavoro per il ministero degli Esteri, mi occupo di immigrazione, sono omosessuale, ho un compagno che fa il bancario e per il mio lavoro mi trovo a scontrarmi con la tragedia di una donna che arriva in Italia alla ricerca di una figlia scappata dal suo Paese in guerra». Niente problemi per l’omosessualità? «Eh basta! Giusto, no? Anche nella realtà, ormai, mi pare che l’omosessualità sia stata accettata».
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