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| ”La bocca del lupo”, storia di un amore diverso |
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| Il film, diretto dal casertano Pietro Marcello e vincitore al festival di Torino, è già diventato un caso |
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| Lunedì 01 Marzo 2010 |
| di Il Piccolo di Trieste |
| in Spettacoli |
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di ELISA GRANDO
Il cinema italiano è ancora in grado di partorire film che nascono in sordina, con un budget ridotto, e poi si rivelano esperienze visive così forti da sparigliare i festival internazionali e diventare dei piccoli cult. Era successo nel 2007 con “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti, capita di nuovo oggi con “La bocca del lupo” di Pietro Marcello, vincitore al Torino Film Festival 2009 e unico film italiano ad aver incassato un premio allo scorso Festival di Berlino.
Il giovane regista casertano presenterà personalmente il film questa sera alle 20 al Cinema Visionario di Udine e poi giovedì 4 marzo, alle 20.45, a Cinemazero di Pordenone. “La bocca del lupo”, a metà fra il documentario e il melodramma, racconta la storia vera di due persone ai margini: Enzo, un ex carcerato, e la sua compagna, il transessuale Mary, che l’ha aspettato per anni. Quando finalmente lui è uscito di prigione hanno ripreso il filo di un piccolo sogno comune, una casetta in campagna dove vivere insieme. Intorno a loro si muove la Genova della zona portuale con il suo popolo di “residuali”, emarginati e indigenti, come i tanti senzatetto accuditi dal 1945 dalla Fondazione San Marcellino, un’Opera dei Gesuiti che è stata il primo motore del film.
Nella produzione, poi, sono entrati anche Nicola Giuliano e la friulana Francesca Cima con la Indigo Film. «I responsabili della Fondazione hanno visto il mio documentario precedente, “Il passaggio della linea”, e mi hanno invitato a Genova per girare un film sull’area in cui operano», racconta Marcello, che si è immerso fra i carruggi di Sottoripa scrutando facce e cercando storie. «Ho incontrato Enzo per strada e sono rimasto colpito dal suo volto molto cinematografico, poi ho scoperto la sua storia d’amore nella diversità, dove l’aspetto sessuale è davvero secondario. Mi interessava raccontare l’amore fra due persone che hanno sofferto e hanno un grande senso reciproco di protezione. Su questo erano d’accordo anche i gesuiti: il mio lavoro è stato molto libero». La città intorno emerge da materiali inediti recuperati proprio da cineamatori genovesi: «La Genova dei carruggi cantata da De André esiste ancora, ma ha perso il suo tessuto sociale. La speranza è che lo ricostruiscano i tanti immigrati che ci abitano ora». Questo articolo ha ricevuto 387 visite.
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