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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Teatro. Pasolini, l’«immortale»
Teatro. Pasolini, l’«immortale»
A Bologna
Mercoledì 30 Settembre 2009
di La redazione di Gaynews
in Spettacoli

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Oggi al Lumière i due nuovi lavori di Roberta Torre D ella morte di Pier Paolo Pasolini si parla ancora. E sempre. I motivi giudiziari, pur noti e controversi, non sono quelli che maggiormente interessano i biografi e gli studiosi. Piuttosto, quella fine, quel misterioso addio, rappresentano il punto più alto di incandescenza di una biografia fatta arte e di un’arte fatta biografia. Non si contano i contributi saggistici che cercano di inserire quella morte dentro un disegno poetico e esistenziale più ampio, definitivo. Ma i dubbi restano. Ecco perché la tragica e ancora misteriosa fine di Pasolini si trova al centro di una serata di proiezioni promossa dal Centro Studi - Archivio Pasolini della Cineteca di Bologna in collaborazione con l’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini e Fice Emilia-Romagna.

Questa sera, a partire dalle ore 20, al Cinema Lumière sono in programma Il silenzio è complicità (immagini in memoria di Pasolini montate nel 1976 dagli amici Laura Betti, Bernardo Bertolucci, Mauro Bolognini, Mario Monicelli, Ettore Scola ed Enzo Siciliano), A futura memoria (breve estratto di un’intervista all’uomo condannato per l’assassinio di Pasolini, Pino Pelosi), e due lavori di Roberta Torre, La notte quando è morto Pasolini, documentario realizzato quest’anno, così come Itiburtinoterzo, indagine sui «ragazzi di vita» di un quartiere popolare della Roma di oggi.

Partecipa alla serata Ruggero Sintoni, produttore dei documentari di Roberta Torre. Proprio i documentari della cineasta siciliana rappresentano il pezzo forte della serata. La regista di Tano da morire e Angela

ha concepito i suoi lavori a partire da due diverse suggestioni pasoliniane. Nel primo caso, con La notte quando è morto Pasolini, ricostruisce i dubbi sul processo di primo grado per la morte del poeta a partire dalla figura di Pino Pelosi, il ragazzo di vita di diciassette anni, condannato per l’omicidio. Trent’anni dopo Pelosi cambia versione, accusa tre sconosciuti di cui però tace i nomi. Oggi, infine, il pregiudicato indica i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, ormai deceduti, come autori del delitto. Al di là dei suoi racconti, ancora tante sono le ombre che avvolgono la notte del 2 novembre 1975, e la narratrice le mostra e spiega in un lavoro breve e incisivo, ottenuto attraverso un’intervista delicata, coraggiosa con lo stesso Pelosi. «Ho cercato di vedere Pelosi in una dinamica umana — ha spiegato Roberta Torre —, come un ragazzino che si è trovato dentro una storia enorme e lì è rimasto fermo. La sua vita si è fermata là, all’Idroscalo di Ostia. Forse bisogna soffermarsi anche sul suo personaggio, in questa storia complessa e dolorosa che è la scomparsa del grande intellettuale. Il confronto con lui serviva proprio a questo».

Per Itiburtinoterzo, invece, si parte dai ragazzi del Tiburtino terzo, quartiere popolare di Roma. Sono «nuovi» ragazzi di vita che hanno conosciuto droga, violenza, galera e che hanno qualcosa in comune con quelli che raccontava Pasolini più di trent’anni fa. Si raccontano alla macchina da presa, ci guardano con ineffabile sconcerto mentre noi spettatori li guardiamo, senza comprendere del tutto questa umanità distante, eppure quotidiana. Secondo Roberta Torre, «Tiburtino terzo è un mondo dove il futuro è un tempo che non si sa se verrà mai, dove solo il presente vale e tutto deve essere qui e ora, bruciato in fretta. In questa corsa verso chissà dove i ragazzi si raccontano, ridono, piangono, aspettano, pensano ai sogni di ragazzini e alle aspettative da uomini, alle rapine, alle donne, alle partite di pallone che si facevano da bambini, solo uno o due anni prima ». Anche in questo caso, il documentario serve come monito al cinema nazionale per ricordarsi che là fuori esiste un mondo enorme e incompreso ancora da raccontare.

Con questi due piccoli lavori, Roberta Torre ha ricevuto lodi unanimi nella sezione Ici et Ailleurs della 62. Edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno. Che una regista italiana - tra le più originali e sperimentatrici del nostro cinema poco arrischiato - torni alla memoria pasoliniana alla ricerca di uno stimolo creativo, la dice lunga sulla presenza viva e rigogliosa dell’intellettuale nato a Bologna, trentaquattro dopo la sua morte.

Roy Menarini

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