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Al mito non c’è fine. Soprattutto se ad alimentare la leggenda «sulle punte» di un divo morto a 54 anni, vittima illustre dell’Aids, contribuiscono dossier «top secret» dell’FBI e del KGB, l’eco di complotti politici remoti, l’incubo dissolto della Cortina di Ferro e un conturbante intreccio di relazioni erotiche. Che Rudolf Nureyev resti, a sedici anni dalla sua scomparsa, la più seducente icona rock del balletto, con il suo calvario di talento, trionfi e dissoluzione, lo dimostra l’inarrestabile fiume di biografie, documenti e film (è in lavorazione una pellicola con Johnny Depp protagonista) a lui dedicati.
Al MittelFest va in scena, al debutto nazionale, «Voglio essere libero» (il 22 luglio in Piazza Duomo), il primo spettacolo che prende spunto da una pagina privata degli anni selvaggi della giovinezza a Leningrado (oggi San Pietroburgo), quando il ventenne Rudolf dopo un breve esordio etero, acceso dalla cubana Menia Martinez e dalla più matura Xenia Jurgenson, moglie dell’insegnante Pushkin, intrecciò la prima relazione gay con il diciottenne Teja Kremke, ballerino originario di Berlino Est, trasferitosi al Kirov per studiare. Una storia proibita, perché il codice penale sovietico prevedeva la galera per gli omosessuali, ma destinata a un risvolto dirompente: secondo Julie Kavanagh, nella biografia «Nureyev: The Life», del 2007, avallata dal documentario della BBC «Nureyev: The Russian Years», fu proprio Kremke a spingere il ribelle Rudolf alla fuga dall’URSS, promettendo di raggiungerlo al rientro a Berlino Est. Senza però fare i conti con la Storia: Nureyev si consegnò alle autorità francesi all’aeroporto Le Bourget di Parigi il 17 giugno 1961 al grido di «Voglio essere libero», ormai destinato a una vertiginosa ascesa professionale sotto i riflettori dell’Occidente.
Poche settimane dopo la defezione però, il 13 agosto 1961, la Germania Orientale innalzò il muro di Berlino, intrappolando dietro la cortina di ferro il giovane Teja, con il quale la sorte fu meno generosa: per il resto della sua breve vita — morì alcolizzato a 37 anni in circostanze misteriose —, Kremke fu pedinato dal KGB, si sposò e divorziò due volte senza mai sfondare come ballerino. Una ferita in più inferta dal Muro a due giovani amanti, separati per sempre.
«Quel dramma privato è solo una suggestione da cui parte lo spettacolo — spiega il regista Walter Mramor —. Abbiamo utilizzato per il titolo le parole pronunciate da Nureyev al momento della fuga a Parigi. Questo è un omaggio non biografico al magnifico danzatore. Sono partito dalla vicenda giovanile letta sui giornali per raccontare, insieme al coreografo Michele Merola, l’amore, le speranze e le negazioni, i destini di vite che cambiano repentinamente, quando la Storia si abbatte su di loro. È uno spettacolo vicino ai sogni di futuro dei giovani».
Oltre ai nove danzatori in scena in piazza del Duomo, tra cui spicca Vincenzo Capezzuto, sono coinvolti in «Voglio essere libero » 30 bambini del Piccolo Coro Artemia di Torviscosa che intoneranno due canti popo-- lari, il friulano «Ai pret la biele stele» («Ho pregato la stella bianca») e il russo «Step’ da step’ krugom», 30 elementi dell’orchestra dell’Accademia Naonis di Pordenone diretta da Valter Sivilotti, autore delle musiche, il soprano Franca Drioli che canterà testi poetici del goriziano Carlo Michelstaedter, del russo Sergej Esenin e di Srecko Kosovel, dell’ex Jugoslavia, morti tutti giovani. «La coreografia, d’estrazione contemporanea ma di base classica, riflette l’angoscia crescente — precisa Merola —, mentre cambiano i rapporti tra i danzatori. Oggi, per un Muro che non c’è più, ne restano ancora tanti, invisibili. Specie per la generazione dei trentenni, cui viene negato l’accesso al potere».
Valeria Crippa Questo articolo ha ricevuto 252 visite.
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