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| Doppie vite, amori bisex e ideali borghesi che riescono fuori a sorpresa |
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| CINEMA QUEER Al Marché, la commedia trans «He's my girl» di Jean-Jacques Zilbermann e «Soundless Wind Chime» di Kit Hung |
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| Martedì 26 Maggio 2009 |
| di Il Manifesto |
| in Spettacoli |
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di Roberto Schinardi
CANNES Fra le molteplici traiettorie queer di questa edizione di Cannes, dall'identità sessualmente inquieta, è utile tastare il polso a quel che compare al Marché, specchio fedele della situazione cineproduttiva non regolato dalle dinamiche a volte fuorvianti della selezione ufficiale. Ecco dunque la commedia trans He's my girl di Jean-Jacques Zilbermann, pellicola intergender già dal titolo: arriva dalla Francia ma il titolo è provvidenzialmente inglese. Si tratta di uno dei pochi sequel della storia del cinema glbt (di solito commedie: dallo sbracato americano Another Gay Sequel di Todd Stephens al vitalistico thailandese Le signore di ferro 2, firmato Yongyooth Thongkongtoon) ed è l'emblematica dimostrazione che il cinema gay è morto. O meglio, un certo cinema gay, soprattutto europeo, molto normalizzato/normalizzante, ingabbiato nei cliché del cinema tradizionale, antieversivo per questioni di mercato: He's my girl è la classica produzione «media», rassicurante, da circuito festivaliero più qualche provvida esportazione dopo un'uscita in patria di solito non eclatante.
Capitolo due del pressoché ignorato L'homme est une femme comme les autres, He's my girl vede il ritorno del clarinettista gay ebreo Simon Eskenazy (Antoine de Caunes), una sorta di Moretti omosessuale, composto borghese parigino, costretto a ospitare la lagnosa madre malata nella sua casa a Château Rouge, quartiere parigino chiassoso, colorato, a maggioranza afro. Innamoratosi di un arabo trans, Naïm (il delicato Mehdi Dehbi, scelto fra 300 candidati «per la grazia e l'emozione che trasmette»), impiegato come cameriera nel locale di cabaret Paradise, Simon dimentica il filosofo con cui aveva una relazione e si sistema con lui/lei che ha più velleità casalinghe di una donna e si improvvisa pure infermiera per ottenere la fiducia della pseudo-suocera. Ma spunta l'ex moglie di Simon (la michelangiolesca Elsa Zylberstein) con figlio di dieci anni - la rivelazione bisex ormai è quanto di più trasgressivo può emergere in questo cinema glbt fortemente standardizzato - e annuncia che sta per risposarsi. Che il post-femminismo abbia omologato anche gli orizzonti del desiderio trans, ponendo come massima realizzazione l'ideale borghese della moglie accasata?
Ormai, per cercare sguardi innovativi e sperimentalismo di ricerca è meglio orientarsi verso le promesse asiatiche come la rivelazione del Togay 2009, il sinoamericano pluripremiato Kit Hung, anch'esso presente al Marché col suo seducente e poetico Soundless Wind Chime (sono quei caccia-spiriti che si appendono al soffitto e tintinnano mossi dal vento), quasi «una doppia vita di Veronica» in chiave global ma più Tsai Ming-Liang che Kieslowski, quindi inserti musical e rigore contemplativo, ipnotica contaminazione di cultura occidentale e orientale, il gelo alpino svizzero e lo sfavillìo confuso di Hong Kong, per un fiammeggiante afflato amoroso tra un ladro e un cameriere, straziato dal misterioso fantasma di un ex amante morto. Oppure in Centramerica, con la ricerca stilistica formalmente affascinante di Julian Hernandez, autore dell'ultimo Teddy Rabioso sol, rabioso cielo, bianco e nero magnifico e tempi dilatati contro ogni frenesia dell'azione (più di tre ore, ma volano), sulla redenzione amorosa intesa come «atto epico di martirio», ossia il cielo diviso di Kieri e Ryo causa tragico rapimento del secondo, e sacrificio estremo per la sua resurrezione. Ancora più maturo e pervaso dal desiderio di Mille nuvole di pace, evocativo e sapiente come un Otheguy o un Nachtergaele. Ma le leggi del mercato, anzi, del Marché, sono spietate: chi ha ancora il coraggio, in Italia, di prenderli sotto la propria ala? Questo articolo ha ricevuto 173 visite.
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