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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Pelosi, una mezza verità sul massacro di Pasolini
Pelosi, una mezza verità sul massacro di Pasolini
A Roma il documentario di Roberta Torre
Lunedì 11 Maggio 2009
di la Repubblica - Roma
in Spettacoli

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Il 14 maggio "La notte quando è morto Pasolini". E la regista torna al Tiburtino terzo

di NELLO AJELLO

ROMA - L´ex ragazzo di vita Pino Pelosi, a trentaquattro anni dai "fatti", è oggi un cinquantenne. Una barba incolta rende grigio il suo volto. Interrogato da una voce fuori campo, Pino parla e riparla, evocando la propria "verità". La vittima illustre di quel remoto episodio - qui, subito dopo i titoli di testa, egli viene epigraficamente chiamato "regista", "poeta" - è come degradata a spalla. E´ un´eco simbolica che aleggia sul racconto. Un motore immobile dell´accaduto.

Il capitolo di aggressione e di morte che si svolse per una ventina di minuti il 2 novembre del ‘75 in un piazzale dell´idroscalo di Roma è evocato in un monologo desolato, ripetitivo. Il film-documentario che accoglie la lunga deposizione di Pelosi - titolo, La notte quando è morto Pasolini, regia di Roberta Torre - verrà presentato in prima nazionale giovedì 14 maggio alle 20 e 30 al cinema Aquila di Roma.

Verità documentaria? Macabra immaginazione postuma? Allocuzione a propria discolpa? Ecco gli interrogativi che gravano sul monologo di Pelosi. L´angoscia che si insinua nel filmato è intrisa di mistero. Mentre il supertestimone si esibisce, lo spettatore ne sdoppia la figura, con l´effetto di credergli soltanto a metà. A tratti, molto meno della metà. Non per nulla egli, nel tempo, ha optato per due diverse versioni dell´evento: prima autoaccusandosi dell´omicidio, poi evocando la presenza di cinque aggressori, alcuni in macchina, altri in moto. Lui stesso, Pelosi, sarebbe stato aggredito e minacciato. A sentirlo parlare, è però istintivo assegnargli le sembianze sguscianti di un Giuda. E´ un sospetto che la regista fa proprio: «Secondo me», dichiara, «è lui che lo ha portato lì e l´ha fatto ammazzare. Il Pelosi che ci parla è abitato da Pasolini. S´intravede fra loro un legame fatale, come fra assassino e vittima».

Pasolini viene picchiato. Cerca di divincolarsi e lo riacciuffano. Urla: «Dio mio, aiutatemi». Pelosi ricorda: «O è una rapina, pensai, o è il modo di dargli una lezione che poi si trasforma in omicidio. Qualcuno ce l´aveva a morte con lui per le sue idee o per il suo essere diverso». E qui un tocco di "politically correct": «Se si può chiamare diversa una persona gay».

L´aggressione si conclude. Uno degli assalitori monta in macchina, e passa rombando sul corpo dello scrittore. Gli altri guardano impassibili. La scena si riempie di silenzio. Tranne che per un monito che il capo degli assalitori, un uomo barbuto, avrebbe rivolto a Pelosi prima di dileguarsi con gli altri: «Tu sei capitato qui, sei un minorenne, se ti prendono resterai in carcere tre o quattro mesi. Ma sta attento a chiudere la bocca, o te la chiudiamo noi. Noi arriviamo dappertutto». Sul piazzale disanimato resta la macchina di Pasolini.

A terra c´è il suo corpo: «Povero Cristo!», lo evoca Pelosi. E poi, commentando la sua prima versione, poi negata e stravolta, adduce il proprio spavento: «Avevo diciassette anni. Avevo assistito a una tragedia. Mi avevano terrorizzato. A vita» L´altro documentario collegato a questa "Pasolini story" s´intitola Tiburtino terzo, storie di vita e di ragazzi. E´ una rivisitazione delle borgate romane come "riserve indiane" i cui abitatori si aggirano sempre con la galera avanti agli occhi. Che cosa c´entra Pasolini con questi scenari di oggi? «Si nota, in quelle strade», dice la regista, «la realizzazione dei suoi pronostici». Che Pasolini continui ad abitare qui è un argomento controverso. «Lui sì», dice però un ragazzo intervistato da Roberta Torre, «che era un vero profeta».

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