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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Corea choc: primo film omosex
Corea choc: primo film omosex
I gay ammessi al cinema, ma non in tv. Questa è la legge di Seul
Domenica 26 Aprile 2009
di Il Messaggero
in Spettacoli

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di GIAN PAOLO POLESINI

Nemmeno in Corea del Sud nuotano negli Won, pur essendo la terza potenza asiatica dopo Cina e Giappone. La crisi mondiale ha lambito pure le coste del Mar Giallo, facendo vacillare la terra di Samsung, Lg, Daewoo, Kia, Hunday, SsangYong. L’onda lunga ha provocato un maremoto anche nello show business: il cinema è sceso di otto punti rispetto al 2007 e in tv l’aria è irrespirabile. Lo spot scarseggia, così come l’ingegno. Il popolo coreano, meno bue del nostro, si è rotto le scatole di guardare ogni sera le stesse facce, decidendo di far precipitare gli ascolti. Così si fa. E il povero artista è volato giù dalla torre. Ci si barcamena con le serie tivù a lunga gittata, l’unico sistema per tener sveglia una famiglia media di Seul. Ci consola, non siamo soli.

A questo punto tocca osare per convincere lo spettatore sospettoso a farsi avanti. Ci prova Yoo Ha con A Frozen Flower - stasera alle 20 al Giovanni da Udine - celluloide a suo modo choc per come la pensano i discendenti della dinastia Goryeo, ovvero i padri della patria. Un erotic-drama alla viva Shakespeare con l’aggiunta di amori omosessuali, mai mostrati prima da quelle parti. Pur essendo la Corea più morbida della Cina in fatto di censura, i gay non hanno mai incontrato i favori dei governanti. Se smascherano un attore tv col vizietto non ci mettono più di sette secondi a prenderlo a pedate. Così si narra. C’è più clemenza coi cinematografici. I coreani non manipolano solitamente commedie sdolcinate, picchiano duro quando hanno una macchina da presa fra le mani. La lunga militanza ai festival internazionali ci fa rimbalzare in testa molti flash rivoltanti, come un tentato suicidio con gli ami da pesca ne L’isola di Kim Ki duk (Venezia 1999), il primo regista a conoscere fama lontano da casa. Ce ne sovviene un altro, terrificante: torture ai cani. Sempre visto (purtroppo) in quel del Lido. Sembra che la tendenza sadomaso si sia placata a tutto favore di celluloide che sfrutta l’arte in quanto tale.

A Frozen Flower vive di intrighi, quelli che nidificano a corte. Al giovane re dei Koryo serve un figlio maschio per non smarrire la strada del trono. Il sovrano, ahia, ama perdutamente una delle sue guardie del corpo e non esiterà a spedirlo a letto con la moglie. Erotismo non significa hardcore, eppure le scene bollenti non sono poche. Ciò che salva baracca e burattini dall’essere bandito, è la trasformazione del maschio in femmina, così da placare l’aspetto ritenuto più volgare. Uomini depilati e dai fluenti capelli lunghi fanno avvolgere i loro corpi senza scandali. Uno degli attori protagonisti del film avrebbe dovuto essere ospite del Far East, ma la chiamata al servizio militare l’ha costretto a fare marcia indietro. In Corea la naja non è un passeggiata: due anni di duro lavoro.

Lo stesso, però applicato al cinema, fatto da Miki Satoshi, un regista giapponese lanciato la scorsa edizione del festival e ora nuovamente a Udine con addirittura una prima mondiale, Instant Swamp. Alle 22. «È una nostra priorità - ha detto il presidente del Cec Sabrina Baracetti - occuparci dei giovani emergenti. Pensiamo a Johnnie To, partito dal Friuli a fine anni Novanta come un cineasta qualunque, e adesso è tra i più quotati al mondo. Nel 2009 puntiamo le fiches su Nakamura Yoshihiro (oggi alle 16.15 presenterà Fish Story), che non sarà per molto un illustre sconosciuto».

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