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| Cotroneo. “Le mie famiglie scaccia-tabù” |
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| Lo sceneggiatore di “Tutti pazzi per amore” |
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| Martedì 27 Gennaio 2009 |
| di La Stampa |
| in Spettacoli |
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di ANDREA SCANZI
«Questa serie scalfisce
le certezze preconfezionate
dei produttori di fiction»
ROMA - Abbiamo vinto anche domenica, cinque punti in più del Dottor House». L’Italia si appassiona per Tutti pazzi per amore, la fiction di Raiuno che mette in scena non solo le coppie di fatto e le famiglie allargate di oggi, ma persino un padre che confessa la sua omosessualità al figlio 16enne. Ne parliamo con Ivan Cotroneo, uno degli sceneggiatori, classe ‘68, da sempre attento alle tematiche omosessuali.
Ci spieghi, Cotroneo. In tv tagliano Brokeback Mountain, Luxuria assurge a icona libertaria e lei inserisce una scena gay in prima serata. Che succede?
«Succede che il paese reale è molto più avanti di quello raccontato dai giornali e visto dai politici. Abbiamo semplicemente raccontato il coming out di un padre. E nessuno ha fatto polemica».
Voleva scardinare i pregiudizi italici?
«Nessun calcolo. Non volevamo “teatralizzare” l’omosessualità, men che meno provocare. Ci affascinava più che altro la reazione del figlio».
Che non ci rimane benissimo.
«All’inizio si arrabbia, ma alla lunga apprezzerà il coraggio del padre».
Lei, al suo posto, cosa avrebbe fatto?
«La stessa cosa. Se avessi scoperto accidentalmente l’omosessualità di mio padre, ne sarebbe nata una distanza incolmabile. Di fronte a un coming out cambia tutto. Però la serie non è tutta qui, Tutti pazzi per amore è quasi rivoluzionaria».
Addirittura.
«E’ la prima fiction italiana ispirata alle commedie sofisticate inglesi e americane. Montaggio serrato, più storie contemporaneamente, scansione temporale poco canonica e accenni di musical. Un azzardo riuscito».
O forse solo il desiderio (appagato) degli italiani di essere rassicurati.
«Non nascondiamoci, in tivù non hai successo se non fai scattare l’immedesimazione. Però questa storia del “voler rassicurare” non era prevista. Ho cominciato a lavorare al soggetto tre anni fa. Poi, sì, la crisi attuale ci ha aiutato».
Anche Romanzo Criminale ha avuto grande successo. E rassicurante non è.
«Altro genere, altra tivù. In Rai sarebbe quasi improponibile. Sono felicissimo per Romanzo Criminale. Non sembra ma ha molti punti in comune con Tutti pazzi per amore, anche lei si ispira a modelli stranieri. Insieme abbiamo scalfito le certezze preconfezionate dei produttori».
Sta lavorando con Ozpetek. Perché l’omosessualità è sempre più cartina al tornasole per leggere la società?
«L’omosessualità è un tema come gli altri, a fare la differenza sono la sensibilità e il modo di raccontare una storia. Per questo Ferzan è un gigante».
Povia un po’ meno.
«Non posso parlare di una canzone che non ho sentito. Di sicuro trovo desolante che da più parti si discuta ancora se sia giusto o no depenalizzare l’omosessualità».
Forse allora l’Italia non è così avanti come lei dice. Pacs e Dico non hanno avuto gran vita.
«In politica manca il coraggio. Chiaro che vorrei un Obama o uno Zapatero. La sinistra è troppo pavida su temi come le coppie di fatto. Insisto: la gente sarebbe pronta, i politici no».
Tra i politici «pavidi» ci sarebbe anche Veltroni, che lei ha portato al cinema.
«Ho sceneggiato la sua biografia di Luca Flores in Piano, solo. Per tutto il film avevamo accanto i familiari di Luca, mi commuovo ancora».
Sì, però la sinistra non morde. Anche in tivù. Lei era autore de L’ottavo nano e Parla con me.
«Con Serena non lavoro da un anno e mezzo, ma in quei programmi non ci prefiggevamo di “dire qualcosa di sinistra”. Volevamo fare solo satira».
Ci riuscivate?
«Penso di sì. Corrado Guzzanti è bravissimo, così Neri Marcorè e Paola Cortellesi: come si fa a dire che la satira in tivù è in crisi?».
Facile: si dice.
«Ma è falso, basta pensare alla Dandini: la più sicura e attenta autrice di satira italiana».
Punti di vista. Come si fa a conciliare tivù e cinema, romanzi e traduzioni?
«Cambiare registro è la forza di ogni sceneggiatore. Anche Riccardo Milani, il regista di Tutti pazzi per amore, è lo stesso di Piano, solo: viva l’eclettismo».
Come è diventato il traduttore italiano di Michael Cunningham?
«Mi proposi a Bompiani dopo aver letto in inglese Le ore. Quel libro mi aveva devastato. Voglio che un romanzo mi ferisca, mi travolga. Poi, anche inconsciamente, può succedere che per tirarmi su scriva una commedia sofisticata. Nuova, coraggiosa. Come Tutti pazzi per amore».
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