 |
| MILK. Quell’omicidio anni ’70 che rischia di imbarazzare anche Barack Obama. |
 |
| Pubblichiamo l'articolo di Vittorio Zucconi sul Venerdì de La Repubblica del 23 gennaio 09 che secondo noi rappresenta la più bella recensione scritta sul film di Gaus Van Sant |
 |
| Domenica 25 Gennaio 2009 |
| di Il Venerdi di Repubblica |
| in Spettacoli |
|
 |
|
Il VENERDI DI REPUBBLICA
23-1-09
La storia è quella di Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente omosessuale a essere eletto e a finire ucciso per le sue battaglie.
Oggi è diventata un film, che ha riaperto il dibattito. Perché sul tema il presidente è parso cauto. Troppo
GAY. Quell’omicidio anni ’70 che rischia di imbarazzare anche Barack Obama
I dall'inviato VITTORIO ZUCCONI
WASHINIGTON. «Se un proiettile dovesse attraversarmi il cervello, spero che almeno spacchi anche le porte dei ripostigli dove siamo rinchiusi» ripeteva spesso, un po' spaccone, un po' tenero, come era lui, Harvey Milk, il primo uomo nella storia americana che avesse vinto un'elezione politica ostentando il suo essere omosessuale. Fu profeta due volte, il figlio di un ricco commerciante di tessuti a New York, autoesiliatosi nella città che l'America perbenista e bigotta chiamava «Sodoma sull'Oceano», San Francisco: un proiettile di revolver - anzi, due - gli trapassarono la testa alla mattina del 27 novembre 1978 nel palazzo del Comune dove era assessore e proseguirono la loro traiettoria ideale schiudendo la porta dell'ipocrisia e della superstizione che aveva rinchiuso nell'«amore che non osa pronunciare il proprio nome», secondo la famosa definizione di Oscar Wilde, milioni di cittadini e cittadine americane. Una porta dischiusa, ma non del tutto aperta: spetterà a Barack Obama decidere se spalancarla per sempre, conio aveva promesso, o lasciarla accostata.
Ora che la vita e l'omicidio di Harvey Milk sono diventati un film premiato o splendidamente interpretato da Sem Penn, pubblico e critica americani rim piangono e applaudono il coraggio di quest'uomo che sfidò le paure paralizzanti della comunità gay di San Francisco o l'odio della città che armò la mano dell'e: poliziotto suo assassino e poi lo condanni a una risibile pena di cinque anni in car cere. Ma è sempre facile rivivere davant a uno schermo con un secchio di pop cori in grembo un evento che sembra storia superata e dimenticare che questa è inve ce ancora cronaca quotidiana.
Tra l'avventura umana e politica d Milk nei primi anni Settanta e l'insedia mento di Barack Obama alla Casa Bianca martedì scorso corre il filo ad alto voltaggio politico di un dramma civile, costituzionale, umano ininterrotto nella generazione che ci divide dal suo omicidio e chi il nuovo presidente, eletto con grande investimento di dollari, voti e soprattuttp speranza da milioni di gay lesbiche, bisex e trans dovrà raccogliere. Sapendo che il suo ultimo predecessore democratico, William «Bill» Clinton, con quel filo si era bruciato le mani.
Nulla è chiuso, nulla è risolto o finito nella vicenda che il «Sindaco di Castro», il soprannome che il quartiere gay di San Francisco attorno a Castro Street aveva dato a Milk, aprì trent'anni or sono, quando costrinse, con il coraggio di essere ciò che era, prima di tutto i propri fratelli e sorelle a uscire dalla loro invisiblità, e poi un'intera città a uscire dall'ipocrisia nella quale ancora l'America viveva. Se proprio la California, lo Stato più liberal della nazione, la «riva sinistra», come la sfottono i conservatori, ha ritirato con un referendum popolare il diritto matrimonio fra persone delle stesso genere soltanto due mesi or sono, e proprio nel giorno dell'apoteosi obamiana, il 4 novembre, la corsa di quei proiettili che freddarono Milk non è ancora finita.
Nel mondo che fa capo alla lobby gay, l'Associazione nazionale Lgbt, lesbiche, gay, bisex e trans, questi sono i giorni della speranza e del timore di cadere in un altro sogno per svegliarsi come si svegliarono nel 1993, quando Clinton, dopo essersi infranto contro il Pentagono nel tentativo di cancellare ogni discriminazione sessuale, ripiegò sulla formula pilatesca del «non chiedere e non dire», che da allora è legge.
Se naturalmente su George W Bush nessuno si era fatto illusioni, e la norma aveva raggiunto il grottesco autolesionismo di rari e preziosi interpreti di arabo in Iraq espulsi dall'esercito perché omosessuali, Obama era sembrato portare la promessa della fine dell'ultimo ghetto civile. In una sua intervista del 1996 al giornale gay di Chicago, il Windy City, il giovane Barack, avviato sulla strada delle elezioni locali, aveva promesso di rimuovere ogni trattamento discriminatorio e di sostenere il diritto ai matrimoni civili. Il vento della politica nazionale e dell'opportunismo elettorale aveva però gelato i sogni. In campagna presidenziale, per non alienarsi l'America devota e retriva, il futuro presidente si era dichiarato a favore del matrimonio riservato a uomini e donne fra di loro. La scelta del più rumoroso predicatore antigay il reverendo Rick Warren, come celebrante dell'invocazione pregiuramento martedì scorso, sembrava avere spezzato quel filo di speranza che Harvey Milk, con il proprio sangue, aveva cominciato a tessere nella San Francisco degli hippies, dei «beat», degli «strani», degli eccessi che negli anni Ottanta avrebbero portato alla devastazione proprio della comunità gay di Castro, sterminata dall'Aids.
Ma Obama essendo Obama, al momento del gelo e della delusioni, riesce a far seguire subito quello disgelo e delle illusioni, che anche il suo esaltante discorso inaugurale ha riacceso. Come predicatore di scorta, per l'invocazione nella grande festa pubblica, aveva scelto l'unico vescovo episcopale dichiaratamente omosessuale, Gene Robinson. Per il Te Deum nella cattedrale nazionale a Washington, aveva voluto una donna, una reverenda protestante. Nella sua squadra di governo ha scelto, come capo del personale, John Berry, gay, lasciando alla guida del coordinamento globale per la lotta contro l'Aids il solo uomo apertamente omosessuale che Bush avesse assunto, Mark Dybul. E il cuore di Harvey Milk ha ricominciato a battere, flebilmente.
E per quanto forte sia stato, negli anni del bushismo e della supremazia repubblicana, lo sforzo per tagliare quel filo che collega il Comune insanguinato di San Francisco alla Casa Bianca, in realtà il cuore non aveva mai smesso di pulsare. Tra promesse di gironi infernali spalancati per l'America «libertina e sodomita» che i falsi profeti come il reverendo Jerry Falwell avevano visto materializzarsi nel terrorismo e negli uragani, segnali della collera divina, il numero di Stati che hanno accettato e legalizzato le unioni fra cittadini dello stesso sesso è continuato a crescere.
Unioni civili con diritti e doveri reciproci affatto simili ai contratti matrimoniali sono legali in 11 dei 50 Stati, compresa la California, dove soltanto la formula, ma non la sostanza, del matrimonio è stata cancellata. In due, Massachusetts e Connecticut, si possono celebrare matrimoni. Aggressioni od omicidi di omosessuali saranno sicuramente inclusi da Obama fra gli hate crimes, i crimini con l'aggravante dall'odio razziale, e se almeno che due dei nove giudici della Corte Suprema si ritireranno per anzianità nei prossimi quattro anni è inimmaginabile che il presidente scelga per sostituirli magistrati codini, antigay o antiabortisti, pur tenendo un occhio sulla rielezione nel 2012.
Rimane, eterno nocciolo duro, l'esercito, la Us Army, quella che oppose tutta la propria forza al tentativo clintoniano di aprire definitivamente la porta a tutti, senza patenti sessuali. Mentre la Marina ha tacitamente accettato che anche il sesso sia un effetto secondario inevitabile della convivenza stretta su navi che restano in pattuglia spesso per mesi interi e hanno equipaggi misti (è raro che una portaerei nucleare, con i suoi cinquemila imbarcati, torni alle basi di Norfolk o di San Diego senza almeno una marinaretta incinta) l'Esercito sembra fedele alla tradizione puritana che George Washington inaugurò nel 1778 mandando davanti alla corte marziale e poi espellendo con disonore il tenente Frederick Eslin accusato di sodo- mia. Tradizione che sarebbe continuata ufficialmente fino al 1947, quando i «sodomiti» venivano cacciati con una lette- ra d'ignominia scritta su carta azzurra. Curiosa coincidenza, questa, con il gergo volgare russo che chiama gli omosessuali galuboj, azzurri.
Sarà quella la porta blindata contro la quale le pallottole che uccisero Milk rimbalzeranno, se Obama non la aprirà d'imperio, sapendo che contro di lui si scatenerà la furia di predicatori, reduci, generali in pensione da talk show di destra, nel coro di accuse di voler distruggere il morale della truppa, proprio ora che l'America combatte su due fronti lontani. Non ci sarebbe delusione più grande che quella di vedere un uomo che ha abbattuto le porte del ghetto razziale fermarsi davanti agli steccati dei comportamenti sessuali privati. E forse la notizia che il
quattromillesimo soldato americano caduto in Iraq nel gennaio del 2008, smembrato
da una mina, Alan Rogers, maggiore dell'esercito e per di più pastore battista ordinato,
era omosessuale dichiarato, e che i suoi colleghi e subordinati lo avevano protetto, potrebbe aiutare Obama a spingere anche questa porta. A Rogers è stata conferita la medaglia di bronzo postumo, da un Esercito che comincia a ricordarsi di quello che Shakespeare fece dire al suo ebreo di Venezia: «Se feriti, non sanguiniamo anche noi ebrei?». E se ci sparano, avrebbe potuto aggiungere Harvey Milk, non moriamo anche noi gay?
VITTORIO ZUCCONI
Questo articolo ha ricevuto 523 visite.
|
|
 |
|
| APPUNTAMENTI |
 |
|
|
|