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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
«Milk», la speranza come lotta di classe
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Martedì 20 Gennaio 2009
di Il Manifesto
in Spettacoli

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di Cristina Piccino

ROMA - «Hope» ripete spesso Harvey Milk, cioè speranza: «Bisogna dare alla gente speranza» dice parlando davanti al microfono di un vecchio registratore al quale affida il suo testamento spirituale per renderlo pubblico in caso di morte violenta. E Hope, speranza, ha ripetuto per tutta la sua campagna elettorale Barack Obama che da ieri è il il nuovo presidente degli Stati uniti. Come ce l'aveva fatta Harvey Milk, primo consigliere comunale gay dichiarato eletto in America, a San Francisco, nel 1977, giocandosi la vita per le sue lotte senza prudenza. Nascosto fino ai quarant'anni nell'oscurità dell'impiegato alle assicurazioni, a un certo punto grazie anche all'incontro con Scott Smith, suo compagno per molti anni, molla tutto, si fa crescere i capelli, sale su una vecchia automobile destinazione San Francisco, il quartiere di Castro abitato da poveracci, outsider, tossici. Lì apre Castro Camera, negozio fotografico che diviene il cuore della sua battaglia politica contro discriminazioni e violenze.

Milk, con Sean Penn che regala una delle sue interpretazioni più ricche, è un film molto bello, commovente e importante. Gli anni su cui si focalizza vanno dal 1970 al 1978, cioè il decennio delle battaglie movimentiste per i diritti civili, di cui Milk incarna lo spirito, fino all'alba dell'era reaganiana. Nella visione di Harvey Milk, come era per le Black Panthers, i diritti dei gay sono anche quelli degli anziani, dei poveri, dei disabili, dei lavoratori. Milk combatte per il coming out - dite ai vostri amici, genitori, vicini che siete gay - contro la «Proposition 6» che voleva l'esclusione dall'insegnamento e dai pubblici impieghi degli omosessuali. Non passò, invece oggi la Proposition 8, che ha reso i matrimoni gay in California illegali, è stata approvata. E Milk negli Usa è vietato ai minori di 17 anni.

Incontriamo Gus Van Sant a Roma, t-shirt da ragazzo, sguardo limpido, quasi timido nel raccontare. Insieme a lui c'è Dustin Lance Black, lo sceneggiatore ( 1974). E uno dei punti forza del film è questo incrocio di sguardi e di generazioni diverse.

«Milk» racconta otto anni nella vita di Harvey Milk, quelli della sua battaglia politica. In che modo avete lavorato su questa sua esperienza, dove la dimensione pubblica conta quanto il vissuto personale con tutte le contraddizioni possibili?

(Gus Van Sant) Il mio primo interesse era per la sua forza politica e per come era riuscito a ottenere una serie di risultati. Mi viene in mente Marshall McLuhan in un incontro con Timothy Leary, a pranzo, al Plaza hotel di New York. Leary, uno dei padri fondatori dei Free Thinkers, gli hippy che utilizzano l'lsd come mezzo di espansione del pensiero, cercava un messaggio forte e conciso. McLuhan gli suggerì: «Turn in, Turn on, Drop out», ovvero sincronizzati, eccitati, vivi ai margini. Milk aveva attraversato queste tre tappe, aveva bruciato la sua carta di credito, era rinato e per sei mesi, una volta arrivato a San Francisco aveva vissuto ai margini raccogliendo idee.

(Dustin Lance Black). L'aspetto che più mi ha colpito in lui , è il suo approccio alle rivendicazioni della comunità gay. Non la considera come una realtà isolata ma come parte di un movimento più ampio. Aveva capito che la comunità gay sola non ce l'avrebbe fatta, e era convinto che la lotta per i diritti civili riguardasse tutti. Per questo cerca sempre un sistema di alleanze. Voleva essere il consigliere comunale di tutti non solo dei gay, e credo che sia molto importante sottolinearlo oggi che questa dimensione è andata un po' perduta. Per quanto riguarda le scelte narrative, eravamo limitati da questioni di tempo e dal periodo in cui si svolge la storia. Quanto al privato, la politica per Milk è una politica dell'amore, della camera da letto, vuole che si possa vivere liberamente senza essere uccisi o finire in prigione. Era senz'altro attratto da persone complicate, con problemi personali seri, forse perché voleva salvarle ... Se questo però funziona con la politica, in ambito personale è più complesso.

(Gus Van Sant). Sì, sono d'accordo con questa idea del fare politica di Milk come lotta di classe. Sono meno d'accordo invece con l'idea «salvifica» di cui stava parlando Dustin. Penso che che anche la voglia di stare vicino a persone problematiche fosse per Milk parte di questa lotta. La sua attrazione per le anime ferite esprime per me una richiesta di maggiore libertà. E forse c'è anche qualcosa di personale, qualcosa subito nel passato, nell'infanzia di ragazzo gay alla ricerca di se stesso.

In che modo ha lavorato con Sean Penn?

Penn voleva fare qualcosa di nuovo, ha fatto tutto da solo e non era facile dare vita così intensamente a un personaggio come Harvey Milk. Aveva a disposizione molto materiale di repertorio, ha letto e studiato moltissimo.

Che rapporto avete avuto con i compagni di Milk che vediamo tutti nei titoli di coda del film?

(Dustin Lance Black): Venivano spesso sul set, io sono andato a cercarli, Cleve Jones ha fatto una supervisione della sceneggiatura... Nel 2004, quando ho iniziato a scrivere Milk, tutte le informazioni potevano arrivarmi solo da chi aveva vissuto questa storia. Ho incontrato anche i suoi avversari politici. Mi sembrava che la narrazione diretta delle loro storie potesse dargli una nuova vita.

Possiamo dire che «Milk» è un film di impianto quasi classico, in cui funziona una sovrapposizione tra fiction e documentario.

(Gus Van Sant): La storia in sé, e poi la sceneggiatura, suggerivano questo approccio più tradizionale che avevo già attuato in film come Scoprendo Forrester (2000) o Will Hunting-Genio Ribelle ('97). È senz'altro uno stile visuale che si discosta molto da film come Last Days (2005)o Elephant (2007).

Harvey Milk vince la sua battaglia contro la Proposition 6. Il suo film negli Stati uniti ha avuto il divieto più alto ai minori di 17 anni, mentre pochi mesi fa hanno approvato la Proposition 8 che vieta i matimoni tra gay in California. C'è ancora molto da lottare ...

Credo che in questo senso il film arrivi al momento giusto. E il fatto che negli Stati uniti abbia avuto successo in zone tradizionalmente omofobe è una buona risposta. In realtà avrei già voluto metterlo in piedi nel 1992, ma non avevo trovato i finanziamenti. Mi sembrava già allora importante non far dimenticare completamente questo straordinario personaggio. Quanto al divieto, noi i americani siamo pur sempre un popolo di puritani, dunque non mi meraviglia troppo. Anche un film non gay per alcune scene che si vedono in Milk sarebbe stato censurato. Certo non siamo negli anni 50, all'epoca del rapporto Kinsey dove si definiva l'omosessualità come una malattia, siamo passati per gli anni Settanta della liberazione sessuale, ma sicuramente c'è ancora molto lavoro politico da fare.

Cosa si aspetta da Barack Obama?

È una persona con cui sento una grande affinità, è giovane, non ha un atteggiamento aggressivo, manifesta curiosità per le cose. Non mi sembra come tanti altri politici che avevamo sempre le risposte pronte per poi lasciare fare agli altri. Dovrà affrontare questioni gravi, come la crisi economica, ma sono sicuro che sarà attento anche all'ambiente e a molto altro. Il suo inte

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