Una Medea transessuale brasiliana autentica. Due figli adottivi, maschi ma non troppo, e desiderosi di sfoggiare abiti femminili, interpretati entrambi da una ragazza. Un Giasone-macho che, però, nello spettacolo non figura. Un finale ribaltato dove la protagonista, invece di uccidere i figli, si preoccupa di portarli in salvo. Ce n’è abbastanza da stupire, se non proprio scandalizzare, i benpensanti del teatro e i puristi della grecità classica. Perché il suo spettacolo «Olà Medea!», in scena questa sera alle 21 alla Maison Musique di Rosta per la stagione «La città dell’uomo – Lovetech l’amore al tempo della tecnologia», il regista romano Gianluca Bottoni, l’ha ambientato oggi, in un Brasile di Nord-Est prosciugato e poverissimo, ma l’imprinting arriva dalla nota tragedia. «Ipotesi di trasformazione e adattamento scenico alla vita, da Euripide», come chiarisce il sottotitolo.
Come sia nata l’idea di far interpretare la «maga della Colchide», moglie tradita di Giasone, all’attrice e ballerina trans Leila Daianis, lo spiega lo stesso Bottoni. Perché, una Medea tanto «diversa»? «Premetto che ero reduce da un lavoro su Pasolini e riflettevo sui cambiamenti antropologici, sulle trasformazioni, legate anche a luoghi pasoliniani, come la Casilina, che all’epoca offriva uno spaccato di umanità incredibile e oggi è anche una strada multisessuale. L’idea era di fare uno spettacolo su quel tema, ma centrandolo sul corpo, sulle sue metamorfosi. Così, abbiamo fatto un provino a Roma e lì ho conosciuto Leila, che mi ha raccontato la sua storia, un po’ alla “Princesa” di De Andrè. E’ stato quell’incontro straordinario a determinare il lavoro successivo, quel che ora il pubblico vede in palcoscenico». In che senso? Leila, che ha lavorato con Pina Bausch e con Boal e il suo Teatro dell’oppresso raccontò di sentirsi due volte straniera: «Perché cacciata da casa dal padre che la disconosceva e nomade per il mondo, esule in qualunque Paese, e un po’ perché molto a lungo si era sentita straniera nel proprio corpo, estranea a se stessa. Via via che lei parlava mi si disegnava in testa la figura di Medea, l’esule per eccellenza, vittima, come Leila, di una stigmatizzazione feroce. Ma mi stupiva, anche, l’abilità di Leila nel ribaltare tutte le cose negative e uscirne viva, la capacità di cambiare vita, lavoro, famiglia, Paese». Come dire che Leila è in qualche modo sì, una Medea «differente» ma non diversa, come la protagonista della tragedia, lasciata da un compagno che dopo essersi divertito un po’ con quella che chiama la sua «stranezzità», se n’è andato con una donna più giovane. Lei, però, è una Medea contemporanea e positiva, che non può avere figli per ovvie ragioni biologiche, ma ne adotta, che è sempre pronta a ripartire e difatti, la valigia, in scena, compare spesso». \ Questo articolo ha ricevuto 180 visite.
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