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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Pride, Milano. Don Domenico, sacerdote anomalo: «Ma io sto con loro»
Pride, Milano. Don Domenico, sacerdote anomalo: «Ma io sto con loro»
Gli omosessuali cattolici: il cardinale Martini ci manda anche gli auguri per Natale
Sabato 23 Giugno 2001
di Corriere della Sera
in Religione

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IL PRETE DEL DIALOGO

Don Domenico, lei ci sarà? «Si figuri, io non ho mai amato nemmeno le processioni religiose. Sono per la riflessione individuale, non per le ostentazioni. Certo, un suo scopo il Gay pride ce l’ha. E qualche buon risultato lo raggiunge. Ho solo qualche perplessità sul metodo». Ma esiste un problema d’omosessualità, fra i preti? «E’ la mina vagante. Oggi non c’è più il pudore d’una volta, quando si partiva dal presupposto che il prete non ha sesso: la sessualità dei sacerdoti è un tema, e lo è anche l’omosessualità». Scusi la franchezza: lei è gay? «Diciamo che la mia attenzione a questo mondo è nata soprattutto da un atteggiamento pastorale. Me ne curo da vent’anni, perché sono chiamato a far di tutto per evitare l’emarginazione dell’uomo, la sua solitudine. Poi, nelle relazioni con gli altri, si finisce sempre per scoprire qualcosa di se stessi». I contronatura. I residenti di via Sodoma e corso Gomorra. Quelli che non desiderano mai la donna, e non solo perché è d’altri. Al sabato dell’orgoglio ci saranno anche loro, centinaia di catto-gay: il Coordinamento dei gruppi omosessuali cattolici, gli omocristiani della comunità di via Pasteur. Qua e là, pure qualche aderente del gruppo La Fonte, il «luogo d’accoglienza» fondato dal lodigiano don Domenico Pezzini, 64 anni, che dal 1986 segue in una parrocchia milanese («quale, è meglio non dirlo») una cinquantina di credenti smarriti, spesso esclusi dagli altri ovili. «Qualche volta càpita di essere cacciati dal confessionale - dice Gianni Geraci del circolo Il Guado, nato nel 1980 da un contatto col gruppo Abele di don Ciotti -, ma a Milano le resistenze del clero non sono forti come altrove. A Natale, il cardinal Martini ricambia sempre i nostri auguri». Giusto: che ne è stavolta del gay shame , della vergogna contro cui tuonò lo scorso luglio la Chiesa? A Roma non si parlò d’altro: i rimproveri del Papa («inclinazione oggettivamente disordinata»), i fuorilinea di don Vinicio Albanesi e monsignor Bettazzi, le bordate dell’ Osservatore Romano , il parroco irpino bacchettato per aver marciato... A Milano, invece, tacciono i pulpiti. E nemmeno la decisione di sfilare sotto il Duomo ha rotto il voluto silenzio della Curia ambrosiana: «Il cancàn dell’anno scorso fu fatto dai signori vestiti di rosso - don Domenico se la prende coi cardinali -, ma qui sarei sorpreso se ci fosse un’invettiva dell’Arcivescovo. Con lui ho avuto occasione di parlare di questi temi, e ho trovato sempre molta attenzione. Il problema è d’impostare un cammino di fede con queste persone, valutando la loro omosessualità non in quanto tale, ma legandola a un serio rapporto d’affetto per gli altri. Se poi si tratta d’una vita sessuale che va per saune e dark room, se è disordinata e non costruisce nulla, incapace di dare un beneficio spirituale alla persona, è qui che il sacerdote può intervenire e far capire l’errore. Questa confusione sessuale, però, non riguarda solo gli omo: vale anche per gli etero». Per un don Domenico che sta a casa, «perché io giro in bus e sento la gente insospettita dall’esibizionismo dei mostriciattoli», ecco un Geraci che sarà invece in testa al corteo: «Siamo guardati con diffidenza dalla Chiesa, ma anche dal mondo gay. E allora, il nostro status di omo e credenti dev’essere visibile. Sfiliamo dal ’98 e siamo per l’annuncio del Vangelo dappertutto, contro l’ipocrisia che accetta solo chi è omosessuale, ma non chi lo fa ». Forse c’entra un ostacolo insormontabile, il sesso finalizzato a procreare... «A noi gay, è raccomandata una vita da celibi. Ma che cosa conta di più? La maturità affettiva o la norma giuridica? Meglio un gay solo e senza speranza o uno felice e pronto ad amare?». Libri, seminari, giornate di studio: al Guado ne parlano tutte le settimane, da anni. «Il nostro modello è la diocesi di Innsbruck: la prima in Europa a porsi, seriamente, la questione dei gay credenti». E qui? «Ci vorrà più tempo. Anche se io penso sempre a una suorina sul Lago Maggiore, dove facciamo i ritiri: la prima volta non ci voleva nemmeno salutare, adesso non vede l’ora che torniamo».

Francesco Battistini

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