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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
I CATTOLICI NELL'ATTUALE CONGIUNTURA POLITICA ITALIANA
I CATTOLICI NELL'ATTUALE CONGIUNTURA POLITICA ITALIANA
Riportiamo l'articolo di "Civiltà Cattolica" dove si propone la "regolamentazione" delle coppie omosessuali
Venerdì 22 Giugno 2001
di La redazione di Gaynews
in Religione

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Le elezioni dello scorso 13 maggio saranno certamente oggetto, nei prossimi mesi, di numerose e approfondite indagini, a motivo delle novità che esse presentano nel campo politico. Sembra infatti che il periodo di incertezza e di instabilità, seguito alla fine della DC, sia terminato in base a due fatti. Il primo: dalle elezioni del 13 maggio è risultata una maggioranza netta, poiché, se sul piano dei voti ricevuti dalle due coalizioni - la Casa delle Libertà da una parte e l'Ulivo dall'altra - la differenza non è molto significativa, sul piano degli eletti al Parlamento il distacco della Casa delle Libertà dall'Ulivo è rilevante. Un problema diverso è quello della stabilità della maggioranza; ma su tale problema non si può, allo stato dei fatti, fare nessuna previsione. Il secondo: la situazione creata dalle elezioni del 13 maggio, a motivo sia dell'ampiezza della maggioranza parlamentare, sia della designazione popolare del presidente del Consiglio nella persona dell'on. Silvio Berlusconi, consente una stabilità di governo. Si porrebbe fine in tal modo alla cronica instabilità dei Governi, che ha caratterizzato la democrazia italiana non solo nel quarantennio democristiano, ma anche nell'ultimo decennio. Il tema sul quale vorremmo fare una breve riflessione è quello della presenza dei cattolici nella vita politica italiana. Abbiamo esaminato questo problema sotto il profilo teorico in un recente editoriale (cfr Civ. Catt. 2001 II 107-120). Qui ci limitiamo a qualche rilievo sul modo in cui i cattolici sono presenti nella vita politica attuale e sul senso che, nella situazione attuale dell'Italia e del mondo, la loro presenza in campo politico potrebbe avere. Premettiamo due osservazioni. La prima è che ci sono cattolici, credenti e praticanti, in tutti i partiti politici italiani, di destra, di centro e di sinistra, più numerosi in alcuni, meno in altri. Parlando di «cattolici nella vita politica italiana», non intendiamo occuparci di queste persone; e non per disistima verso questi cattolici né perché riteniamo che essi non possano - o non debbano - comportarsi «da cattolici» nel partito in cui militano e nelle aule parlamentari, ma semplicemente per delimitare il tema che vogliamo trattare. Parliamo infatti non dei cattolici in generale, ma di quei cattolici che fanno parte di formazioni politiche che intendono ispirarsi in maniera esplicita, nella loro azione, alla dottrina sociale della Chiesa. La seconda osservazione è che le forme di presenza dei cattolici nella vita politica italiana hanno variato nel tempo: c'è stata dapprima l'Opera dei Congressi; ad essa hanno fatto seguito il Patto Gentiloni, il Partito Popolare Italiano di don Sturzo, la Democrazia Cristiana; infine i numerosi partiti sorti dalla dissoluzione della DC, i quali in questi ultimi anni si sono composti e scomposti nelle forme più diverse. Questo per ricordare che non c'è un unico modo possibile di presenza dei cattolici nella vita politica. Attualmente, sono presenti in Italia ben sei gruppi politici che si richiamano, pur con accentuazioni diverse, alla dottrina sociale della Chiesa. Due - il Centro Cristiano Democratico (CCD) dell'on. P. F. Casini e il Centro Democratico Unito (CDU) dell'on. R. Buttiglione, che alle elezioni del 13 maggio si sono presentati sotto il simbolo del Biancofiore - fanno parte della coalizione di centro-destra. Due - il Partito Popolare Italiano (PPI) dell'on. P L. Castagnetti e l'Unione Democratica per l'Europa (UDEUR) dell'on. C. Mastella, presentatisi insieme alle elezioni sotto il simbolo della Margherita - fanno parte della coalizione di centro-sinistra. Uno - Democrazia Europea di S. D'Antoni - si è presentato alle elezioni da solo, senza entrare a far parte dell'una o dell'altra coalizione. Si può anche ricordare che dei Democratici di Sinistra (DS) fanno parte integrante i Cristiano-Sociali, i quali nelle elezioni del 13 maggio hanno visto, tra l'altro, l'elezione a senatore di G. Tonini e a deputato di M. Lucà. Quanto ai risultati elettorali, i due partiti del Biancofiore hanno ottenuto un numero rilevante di seggi: 29 al Senato e 40 alla Camera, ma nel proporzionale sono scesi dal 5,8% al 3,2%. Invece, PPI e UDEUR, insieme ai Democratici di A. Parisi e a Rinnovamento Italiano dell'on. L. Dini nella Margherita, nelle liste proporzionali sono saliti al 14,5%, a poca distanza dai DS, che sono scesi dal 21,1% ai 16,6%. A sua volta, Democrazia Europea ha ottenuto il 3,2% dei voti e 2 seggi al Senato, ma il 2,4% dei voti e nessun seggio alla Camera. Riportiamo questi dati, che, messi insieme, sono abbastanza rilevanti, per sfatare l'impressione di una quasi scomparsa dei cattolici dalla vita politica italiana. L'unità dei cattolici nella DC è stata anche un fatto contingente, richiesto dalla necessità di fronteggiare una grave minaccia alla libertà democratica del nostro Paese, costituito dalla presenza di un forte partito comunista, legato all'Unione Sovietica; ma l'unità della fede non comporta, per sé, l'unità politica, perché dagli stessi principi di fede possono legittimamente derivare diverse opzioni politiche. E dunque legittimo che nell'attuale situazione politica ci siano diverse formazioni che intendono ispirare la loro azione politica alla dottrina sociale cattolica. Ciò detto, è da auspicare ed è da attendersi che in casi significativi, quando in Parlamento si dibattono disegni di legge che toccano direttamente problemi di etica personale e sociale particolarmente importanti, le diverse formazioni politiche d'ispirazione cristiana, senza venir meno agli impegni verso la propria coalizione, trovino soluzioni simili e condivise per la difesa o l'affermazione di grandi valori umani e cristiani. Parlando, però, della presenza dei cattolici nella vita politica italiana, non possiamo non deplorare il fatto che in questi ultimi anni i centri cattolici di formazione politica stiano attraversando una crisi profonda: molti sono scomparsi, alcuni sopravvivono, ma con notevoli difficoltà. Infatti le sole scuole diocesane di formazione alla dottrina sociale della Chiesa erano 133 nel 1988-89, ma erano scese a 87 dieci anni dopo, nel 1998-99, e di queste soltanto una quarantina sono oggi funzionanti. Ma quel che più conta è che dei giovani usciti da tali scuole soltanto il 17,9% si e impegnato in campo politico, mentre la grande maggioranza si è impegnata nell'associazionismo volontario (28,2%), nel volontariato sociale (17,9%), in attività di tipo pastorale (12,8%), nei sindacati (12,8%), nella pubblica amministrazione (7,7%) e nell'insegnamento (2,5%) (cfr Settimana, 21 aprile 2001,5). In realtà, l'attività politica non si improvvisa, ma esige preparazione culturale, spirituale e pratica. E perciò un danno per la politica di ispirazione cristiana che vengano meno le scuole di formazione politica di alto livello, la cui mancanza era nociva già negli anni della Democrazia Cristiana. L'accenno alle scuole di formazione alla dottrina sociale della Chiesa, in funzione di un impegno politico di ispirazione cristiana, ci offre l'opportunità di richiamare alcuni punti della dottrina sociale cristiana, sui quali i politici cattolici potrebbero utilmente riflettere per non far mancare all'attività politica quella carica ideale che la rende «alta» e aperta a orizzonti più ampi di quelli nei quali tende a chiudersi la politica del giorno per giorno. Si deve anzitutto ricordare che coloro che sono eletti al Parlamento sono chiamati a svolgere un servizio per il bene del Paese: non quindi per promuovere i propri interessi o quelli della propria famiglia, del proprio gruppo politico o della propria clientela. Il fine della politica è la ricerca del bene comune, non del bene particolare, neppure della propria parte politica. Questo principio, così semplice ed evidente, deve essere tenuto sempre presente in un regime democratico come il nostro, nel quale quotidianamente si confrontano una maggioranza, che ha il compito di governare, e una minoranza, che ha il compito di fare opposizione. Può infatti avvenire che la maggioranza vada oltre i limiti posti dalla Costituzione, prima che questa sia stata cambiata in tutto o in parte secondo la normativa stabilita dall'art. 138 della stessa Costituzione, oppure non tenga conto dei vincoli internazionali, contratti dal nostro Paese, sia in campo politico sia in campo economico; così come può avvenire che la minoranza non permetta alla maggioranza di governare oppure si serva strumentalmente di forze sindacali a sé vicine per esercitare indebite pressioni sul Governo. In un caso o nell'altro, il sistema democratico viene stravolto e a subire i danni maggiori è il Paese, che da un lato ha bisogno di essere governato in maniera efficace, ma dall'altro necessita di non essere turbato da tensioni aspramente conflittuali. Certamente, dopo una campagna elettorale, in cui spesso è mancato il fair play necessario in ogni competizione, e anzi si è spesso cercato di demonizzare e di delegittimare l'avversario, è bene che la maggioranza e la minoranza si accettino ora nei propri ruoli istituzionali e si rispettino reciprocamente; ma è questo un traguardo che bisogna raggiungere in tempi brevi, affinché la vita democratica del nostro Paese si possa svolgere in maniera pacifica e serena. Un problema che, se non è risolto in maniera rapida e soddisfacente per l'opinione pubblica nazionale e internazionale, può inasprire i rapporti tra maggioranza e opposizione è quello del conflitto di interessi. Infatti la mancata soluzione di questo problema può esporre il nostro Governo a pesanti critiche in campo internazionale, ed è ciò che teme il presidente Ciampi, il quale perciò chiede opportunamente che la questione venga rapidamente risolta, anche se si deve onestamente riconoscere che è difficile trovare una soluzione che, insieme, sia rapida e soddisfacente per le opposte esigenze dell'on. Berlusconi e della minoranza; ma soprattutto la mancata soluzione della questione può dare adito all'interno della minoranza a un sospetto generalizzato che tutto - o quasi - quello che il Governo farà avrà lo scopo, diretto o indiretto, di salvaguardare gli interessi dell'on. Berlusconi, il quale, com'è noto, è presente come imprenditore nei campi più diversi, in particolare in campo televisivo, finanziario, assicurativo, edilizio e editoriale. In realtà, nessuno vuole privare l'on. Berlusconi delle sue proprietà e dei suoi diritti: ciò che sarebbe ingiusto e illegale, salvo sentenze in contrario della magistratura passate in giudicato, come avviene per ogni cittadino italiano. Quello che gli si chiede è di far sì che la sua azione di Governo non possa dare adito a fondati sospetti di difesa di interessi che non siano quelli dello Stato e dei cittadini. I cattolici impegnati nella politica nazionale non sono i rappresentanti della Chiesa né sono deputati a curarne gli interessi. Essi non sono eletti dalla Chiesa, ma dai cittadini cattolici e non cattolici, che hanno fiducia nella loro onestà e nella loro competenza politica e amministrativa. E dunque ai cittadini che li hanno eletti che essi devono rendere conto del proprio operato. Ma, se non è eletto dalla Chiesa, il politico che vuole promuovere una politica cristianamente ispirata deve conformare nella misura del possibile, poiché la politica è «l'arte del possibile» e dev'essere guidata dalle due virtù della prudenza e del coraggio - la sua azione politica al- la visione cristiana dell'uomo, espressa dalla dottrina sociale cattolica. Ora, nella visione cristiana dell'uomo, questi è una «persona umana», che ha una dignità intangibile, di cui cioè non si può disporre a piacimento, fino a farla servire a interessi che le sono estranei o nocivi. Perciò una politica cristianamente ispirata deve porre al centro la persona umana - dal suo concepimento fino al termine naturale della sua vita - e deve proporsi, nel rispetto della sua dignità spirituale e delle sue esigenze di ordine culturale, relazionale, affettivo e materiale, la sua crescita armonica. Ma il luogo in cui nasce, cresce e si struttura la persona umana è la famiglia fondata sul matrimonio monogamico e indissolubile. In realtà, solamente in una famiglia unita, stabile e serena che disponga delle necessarie risorse per generare e educare i figli senza gravi difficoltà di bilancio domestico, i bambini possono crescere sereni e sicuri di sé, sentendosi accettati e amati dai propri genitori. In realtà abbiamo ogni giorno sotto gli occhi drammi spaventosi in cui sono implicati bambini, ragazzi e giovani famiglie nelle quali talvolta le figure genitoriali si moltiplicano creando smarrimenti, incertezze e insicurezze nei figli sbattuti da un genitore all'altro o costretti a vivere con genitori non loro. Ci stupisce perciò che in alcuni quotidiani, usciti dopo le elezioni, siano state mosse aspre critiche al Papa per aver detto, nell'allocuzione rivolta all'Assemblea generale dei vescovi italiani «Rinnovo la richiesta che siano salvaguardati i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, senza confonderla con altre forme di convivenza. Auspico di cuore che venga realizzata un'organica politica per la famiglia, idonea a sostenerla nei suoi compiti essenziali, cominciare dalla procreazione e dall'educazione dei figli». Che cosa c'è di tanto scandaloso in questa riaffermazione del posto assolutamente unico che la famiglia fondata sul matrimonio deve avere in una società che voglia essere e conservarsi sana? Scandalizza forse il fatto che il Papa chieda di non confondere la famiglia «con altre forme di convivenza»? Ma, francamente, non c'è motivo di scandalizzarsi: il Papa chiede soltanto che tali convivenze non siano confuse con la famiglia, cioè non siano assimilate alla famiglia e poste sullo stesso piano, come forme diverse, ma ugualmente valide e vere di convivenza «familiare». Questo infatti nuocerebbe alla famiglia, perché nell'opinione comune questa perderebbe sua specificità e convincerebbe i giovani che non c'è nessuna differenza tra lo sposarsi e il convivere di fatto. Ecco allora che un campo essenziale d'impegno del politico cattolico è una politica organica della famiglia, in primo luogo a favore delle famiglie che hanno bambini e ragazzi in età scolastica e poi di quelle che curano membri anziani, in particolare se non autosufficienti, persone handicappate o con gravi patologie psichiche. Il problema della famiglia richiama quello della scuola. In rea1tà famiglia e scuola formano le due facce di un'unica azione educativa e formativa. Perciò una politica della famiglia non può andare disgiunta da una parallela e integrativa politica della scuola. Fa impressione rilevare come sia ancora viva in molte persone la concezione della scuola come istituzione statale, al pari dell'esercito e della magistratura. Una concezione di stampo risorgimentale, che ha portato al monopolio statale della scuola, per cui soltanto la scuola gestita dallo Stato sarebbe scuola «pubblica» e svolgerebbe una funzione «pubblica» di educazione nazionale, e quindi sarebbe la sola a dover essere finanziata con denaro pubblico. Soltanto dopo molti dibattiti, in questi ultimi tempi è stata riconosciuta la natura pubblica delle scuole non gestite dallo Stato ed è stata concessa loro la «parità» con le scuole dello Stato. Ma si tratta ancora di un riconoscimento di principio, che non si è tradotto in qualche forma di parità economica. Purtroppo il finanziamento della scuola non statale, che abbia tutti i requisiti per essere dichiarata «pari» a quella dello Stato (in questo riconoscimento lo Stato, per quanto riguarda i requisiti richiesti per legge, deve agire con la medesima severità che usa con le proprie scuole), non c'è stato, si dice, per mancanza di fondi; ma allora non si comprende perché non si esiti quasi ogni anno ad aumentare i bilanci di altri Ministeri. È importante ribadire che il finanziamento della scuola paritaria non statale non è un favore concesso ai cattolici, ma un dovere che lo Stato assolve a favore delle famiglie, le quali hanno il diritto - diritto che ad esse proviene dal fatto che pagano le tasse per la scuola - di scegliere per i propri figli la scuola che preferiscono, e che può essere sia quella gestita dallo Stato, sia quella gestita dai privati, che abbia però tutti i requisiti essenziali richiesti da una scuola di alto livello, come è necessario che sia la scuola di uno Stato moderno. Quando perciò il politico cattolico si impegna nel chiedere il finanziamento della scuola non statale non fa un favore ai cattolici, ma fa valere un diritto delle famiglie italiane. In realtà, è sempre il bene delle persone che il politico cristiano persegue nella sua azione politica. Per quale motivo, per esempio, il politico cristiano si oppone all'adozione di bambini da parte di due persone omosessuali conviventi? Il motivo è semplice: perché una simile adozione comporterebbe un danno grave per il bambino adottato, il quale, da una parte, ha bisogno, perché la sua crescita sia normale, della figura paterna e materna, e dall'altra parte ha bisogno di un nucleo familiare stabile, mentre la stabilità non è certo una caratteristica delle unioni omosessuali. Un politico cattolico non può certo approvarle, ma resta il problema di dare loro una qualche forma di regolamentazione, trattandosi di un fenomeno sociale che è bene non lasciare allo «stato selvaggio». Quello che un politico cattolico non potrà mai accettare è che le unioni omosessuali siano equiparate al- le famiglie regolari e siano accordati ad esse i medesimi diritti riconosciuti non «concessi»! - alle famiglie, in particolare per quanto riguarda l'adozione dei minori. A proposito dei minori, gravi problemi sono posti alla coscienza del politico cristiano da quanto sta avvenendo nel nostro Paese riguardante questa fascia delicatissima della popolazione italiana. Si rileva, anzitutto, una crescita impressionante della delinquenza minorile: non solo crescono i furti di minorenni, ma nascono perfino piccole gang di bambini e di adolescenti, che commettono delitti anche gravi; di bambini e di adolescenti si serve poi la malavita organizzata per lo spaccio della droga. Meno frequente di un tempo, ma ancora presente in alcune aree più povere del Paese è il lavoro minorile, che ha come conseguenza l'abbandono della scuola prima del compimento dell'obbligo scolastico. Ma i due fatti più gravi che colpiscono i minori nel nostro Paese sono la pedofilia e la prostituzione. Certamente, il fenomeno della pedofilia è sempre esistito anche da noi, ma non ha mai avuto l'estensione che ha acquistato oggi, anche per la possibilità di usare mezzi e tecniche di adescamento che prima non esistevano. La recente scoperta di una rete o di più reti di pedofili collegati via Internet ha mostrato quanto sia facile la pratica pedofila e quante nuove possibilità si offrano ai pedofili. Quanto alla prostituzione di minori, sono pochi i minori italiani che vengono usati in questo turpe commercio. Ma, secondo un recente rapporto, sarebbero ben 500.000 le donne extracomunitarie costrette a prostituirsi nei Paesi dell'Unione Europea (UE): in Italia sono circa 50.000, di cui un terzo sarebbero bambine e adolescenti. L'aspetto più grave di queste situazioni è che persone ancora in formazione vengano segnate per l'intera esistenza da uno stigma di vergogna e di disistima da cui non potranno più liberarsi, se non con estrema fatica e con l'aiuto di persone che sappiano loro restituire la stima di se stesse e la fiducia negli altri. I problemi della famiglia, della scuola, dei minori e della bioetica, nell'attuale dibattito politico, hanno assunto giustamente un posto di grande rilievo e hanno spinto tanto il Magistero della Chiesa quanto i cattolici operanti in politica - autonomamente, si badi, e in forza della visione cristiana dell'uomo, a cui intendo- no ispirarsi nella loro attività politica - a prendere posizioni, spesso, contro corrente. Ci sono però oggi in Italia molti altri gravi problemi, per la cui soluzione i cattolici italiani impegnati in politica - quale che sia il posto che occupano nelle due coalizioni - non possono non lavorare in prima linea. Il fatto doloroso che segnalano tutte le inchieste è che da qualche tempo cresce in Italia il numero delle famiglie che scendono sotto la cosiddetta «soglia della povertà». Inoltre, anche se negli ultimi tempi è leggermente diminuito, è sempre grave il problema della disoccupazione nel Sud e in particolare tra i giovani. D'altra parte è molto alta la quota di lavoro «nero» o «irregolare», che grava soprattutto sugli immigrati e che, tradotto in lingua corrente, significa lavoro mal pagato e contributi sociali non versati, proprio nel momento in cui il problema delle pensioni si avvia a divenire drammatico. C'è poi il timore che sia la ventata di deregulation, che potrebbe prossimamente investire l'economia italiana, sia alcune richieste della Confindustria - che non sembrano attuabili nella situazione attuale, perché scatenerebbero una forte reazione sindacale, probabilmente non senza motivo -, sia le condizioni economiche e monetarie imposte dal «patto di stabilità» a cui si sono legate le nazioni aderenti all'Unione Europea Monetaria (UEM), possano preludere a un periodo difficile, non tanto per l'insieme dell'economia nazionale, quanto per i bilanci delle famiglie più povere. A questo proposito, non si deve dimenticare che siamo inseriti in un ciclo economico mondiale dominato dalla globalizzazione e da un mercato spesso «selvaggio», frequentemente senza regole, e perciò in balia dei grandi poteri economico-finanziari, che non sono, per sé, gli Stati in quanto tali, ma le grandi multinazionali. E un'epoca nuova nella vita economica della storia umana, che tocca tutti i Paesi del mondo, con la caratteristica di accrescere la ricchezza nei Paesi già ricchi e di non aiutare - se non in misura assai modesta e più che altro «per riflesso» - i Paesi meno sviluppati a uscire dal loro stato endemico di sottosviluppo. Ma quel che ancora più conta è che nel mondo tende a prevalere su ogni altra l'ideologia del benessere maggiore possibile. Ciò significa che per l'uomo di oggi, che abita nel Nord del pianeta, non ci sono più limiti, sia all'acquisto e al godimento dei beni anche più rari e costosi, sia alle cure più straordinarie per la salute, sia all'acquisto di strumenti tecnologici sempre più avanzati e miniaturizzati, sia a viaggi turistici nei luoghi più lontani e più esotici. Questa richiesta del maggior benessere possibile - che può essere fatta soltanto da una quota modesta della popolazione mondiale - è soddisfatta oggi nella maniera più ampia, e anzi è stimolata verso traguardi sempre più alti da una pubblicità che per conquistare sempre nuovi clienti non esita a spendere somme enormi col solo intento di creare nuovi - incoercibili - bisogni. In tal maniera si sta creando una situazione in cui agiscono due spinte che sembrano incontenibili e inarrestabili: l'una spinge una massa relativamente piccola di persone verso una maggiore ricchezza e una migliore qualità della vita (ammesso - e non concesso - che la maggiore ricchezza e quindi la possibilità di avere una maggiore quantità di beni di alta qualità migliorino la qualità della vita!); l'altra spinge la maggior parte dell'umanità verso maggiori e peggiori forme di povertà, fino al punto che intere nazioni - e un intero continente, come l'Africa - invece di migliorare le proprie condizioni di vita (ciò che pure avviene in alcuni casi) le peggiorino, perdendo, quel che è peggio, anche la speranza di poter risorgere. Si pensi che - secondo quanto informa un rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), pubblicato nel ventesimo anniversario della scoperta dell'AIDS (1981-2001) - dal 1981 a oggi il virus HIV (che dopo circa dieci anni dall'infezione conduce all'AIDS e in pochi anni alla morte) ha contagiato 60 milioni di persone, uccidendone 23 milioni. Soltanto nel 2000 vi sono stati oltre cinque milioni di nuovi contagi (1.500 circa al giorno). Ma il continente più colpito è proprio l'Africa sub-sahariana con 25.300.000 persone sieropositive o già morte. Infatti, più di 5.000 africani muoiono ogni giorno di AIDS e tra dieci anni l'Africa avrà probabilmente 40 milioni di orfani. Questo, perché nelle 49 nazioni più colpite dall'infezione, l'estrema povertà delle persone impedisce loro di acquistare i medicinali contro l'AIDS. D'altra parte un'economia globalizzata, come quella di oggi, comporta una competizione feroce, per sostenere la quale le imprese sono costrette a massimizzare i profitti e a minimizzare i costi. Per ottenere tale scopo molte imprese, specialmente all'estero, si fondo- no, crean4o in tal modo «esuberi» di personale, che perciò deve essere licenziato e deve trovarsi un altro lavoro: ciò che non è sempre facile, poiché l'automazione riduce i posti di lavoro, e quelli che sono creati dalle nuove tecnologie sono ancora pochi ed esigono qualità e conoscenze che non tutti hanno. Di fronte a queste situazioni, che pongono in questione i punti più qualificanti della dottrina sociale della Chiesa - la dignità della persona umana, il lavoro come mezzo primario di sostentamento della famiglia, la destinazione dei beni della terra a tutti gli uomini, la scelta preferenziale dei poveri, la lotta al sottosviluppo e l'accesso di tutti a una vita dignitosa e sicura, la difesa dei deboli contro la sopraffazione dei poteri forti - i politici cattolici non possono stare a guardare; tanto più che quanto avviene sul piano mondiale sta già avvenendo - sia pure in forme meno appariscenti, ma reali - anche in Italia. Come si vede, il grande numero dei problemi del mondo di oggi e le difficoltà di soluzione che essi presentano, proprio per il fatto che ogni problema oggi è universale e quindi estremamente complesso, impongono ai politici compiti immani, che richiedono larghezza di vedute, capacità di innovazione e grande coraggio. Siamo convinti che nel messaggio cristiano vissuto in maniera non superficiale, ma intima e profonda, i politici cattolici possono trovare la capacità di vedere i problemi politici in una luce universalistica, e non grettamente nazionale, e possono attingere da esso il coraggio di affrontare le difficoltà che necessariamente incontra chiunque nella vita politica voglia comportarsi «da cristiano», cercando di ispirare alla fede la propria attività politica.

La Civilta' Cattolica

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