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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
«Parrocchia aperta, ma siamo gay clandestini»
«Parrocchia aperta, ma siamo gay clandestini»
Fra gli omosessuali del «laboratorio» di Padova «Ci incontriamo da 3 anni, non sveleremo l’identità»
Venerdì 18 Maggio 2001
di La Stampa
in Religione

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Venerdì 18 Maggio 2001 Mario Lollo PADOVA Arrivano in parrocchia alla spicciolata, hanno un’età fra i 23 e i 60 anni, e sono tutti uomini, omosessuali: «Le donne hanno ancora troppo ritegno, si vergognano a farsi vedere». Nella parrocchia alla periferia di Padova aperta alle coppie gay è il giorno dell’incontro. Massimo riserbo per tutti, anche per il nome della chiesa scelta e del sacerdote, «perché - come dice lo stesso parroco - ancora non sono pronti a comunicarlo pubblicamente». Fra loro ci sono stimati professionisti, uomini sposati, cattolici praticanti, impegnati nel lavoro di volontariato o di catechesi in varie parrocchie del Veneto. Persone che, tuttavia, sono state costrette dalle circostanze alla riservatezza: non sono gay «ufficialmente», hanno cioè difficoltà a dichiararsi anche per la sensazione di rigetto e di esclusione che avvertono da parte della Chiesa. Ma non qui a Padova, dove il vescovo Antonio Mattiazzo, dinamico e lungimirante, non trova nulla di strano sul fatto che la sua diocesi si occupi delle anime, senza badare alla sessualità dei fedeli. Tutto questo avviene da tre anni. «All’inizio, alcuni miei parrocchiani mi hanno chiesto uno spazio dove potersi riunire per parlare dei loro problemi, fra cui la condizione di omosessuali», dice il parroco. È stata trovata una stanza, come per chiunque si rivolga alla parrocchia, ed è nato il «gruppo Emanuele», che in ebraico significa «Dio è con noi». Poi, con il tempo, il gruppo è cresciuto e ormai si raduna due volte al mese. Durante le riunioni, «parlano delle loro esperienze, dei loro drammi, ma anche della guerra e della pace, di quello che succede nel mondo. E leggono la parola di Dio che è sempre punto di riferimento in ogni attività di fede e di ricerca». Vogliono soprattutto un dialogo aperto con la gerarchia ecclesiastica, chiedono che nasca una «pastorale» anche per loro, come c’è per le famiglie o per la scuola, per le vedove e per i malati di Aids. Perché sono assenti le donne omosessuali? «Ce ne sono state, ma poi se ne sono andate - dice uno degli animatori di questo laboratorio - sull’omosessualità le donne sono più riservate di noi uomini, noi tendiamo di più a parlarne». Vivono un complesso di colpa per la loro condizione di cristiani in qualche modo messi all’indice? Forse sì, ma risponde il sacerdote che li ospita: «Essere gay non è peccato. È una condizione. Ognuno ha diritto ad avere accoglienza e sentirsi ascoltato, dentro la Chiesa, molti prelati lo sono. Il gay non è un peccatore: è l’uso della sessualità che rende buoni o cattivi». Soltanto due giorni fa i giornali riportavano per l’ennesima volta la posizione ufficiale della Chiesa: una «bolla» del cardinal Ratzinger, guardiano della ortodossia della dottrina della fede, che suona così: «La Chiesa considera gli atti sessuali di tipo omosessuale come atti oggettivamente gravi». Don Contarini direttore del settimanale diocesano «La difesa del popolo» risponde: «Attenzione, qui non c’è alcuna contrapposizione fra Chiesa e Chiesa. Il parroco ha l’avallo e l’approvazione del vescovo; né vengono cambiate le verità della fede o ci sono altri obiettivi, quali proteste ed esibizionismi».

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