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| Gullotta: la Chiesa ci chieda scusa |
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| «Io, cattolico, emarginato per la mia sessualità» |
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| Venerdì 18 Maggio 2001 |
| di La Stampa |
| in Religione |
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L’ATTORE SI CONFESSA ROMA PRIMA il cardinale Martini propone alla Chiesa la revisione della condanna dell’amore omosex, poi la diocesi di Padova accoglie i gay in un gruppo parrocchiale-laboratorio. Leo Gullotta, attore, omosessuale dichiarato e anche credente convinto, giudica con favore la nuova strada aperta dai cattolici veneti. «Ho sempre avvertito la necessità di incontrare Dio, la mia condizione e le severe norme della chiesa mi hanno provocato problemi, all’inizio pur credendo fermamente abbandonai la Chiesa». Qual è stato il suo cammino di credente? «Sono nato in un quartiere popolare di Catania e sono cresciuto all’oratorio salesiano. Ricordo le formule ripetute a memoria al catechismo, quelle stesse parole che oggi soddisfano le domande di una fede matura, di una libera interiorità che il materialismo della nostra società cerca di svilire». Quando la sua condizione omosessuale ha cominciato a provocarle problemi? «Facevo il chierichetto e come il protagonista di "Nuovo Cinema Paradiso" andavo al cinema parrocchiale, ogni domenica pomeriggio, a vedere i film religiosi. Ma non stavo bene. Il parroco mi colpevolizzava e mi emarginava. Non lo tollerai più e disertai a lungo la chiesa. Solo più tardi ho fatto la pace. Soprattutto quando ho conosciuto i sacerdoti di frontiera, così diversi da quel prete severo e ingiusto. Loro sì che sono impegnati con la sofferenza, accolgono e ascoltano la gente in crisi, le persone che hanno bisogno di aiuto». L’essere stato emarginato la turba ancora? «Sono cose che non si dimenticano. Ma questa iniziativa cancella anacronistiche e crudeli discriminazioni, partendo dalle necessità interiori. Cancella le incomprensioni generate da documenti punitivi e discriminanti della Curia, così lontani dal clima di ascolto e misericordia creato dal Papa con ogni suo gesto». Voci autorevoli propongono un «mea culpa» ecclesiale per il trattamento riservato ai gay. Secondo lei la Chiesa dovrebbe chiedere perdono agli omosessuali come ha fatto per l’Inquisizione? «Sì, ma non deve essere un minuetto che dura un giorno. Vanno abbandonate posizioni intransigenti, recuperando quell’ascolto integrale che don Puglisi metteva al primo posto. Come c’è differenza tra paese legale e quello reale, la Chiesa istituzione è lontana dalla sensibilità di tanti suoi pastori. Eppure nel Vangelo non viene condannata l’omosessualità, ma l’ipocrisia. Se la Chiesa è il tempio dello spirito, perché discriminare le esigenze spirituali sulla base di comportamenti che attengono esclusivamente alla sfera privata?» Lei ha sempre fatto la Comunione? «Tutte le volte che ho potuto, anche quando avevo una relazione in corso. Ho amici frati che mi hanno offerto, generosamente, il loro ascolto e la loro assistenza spirituale: non si sono mai sentiti giudici, e non mi hanno mai condannato per come vivevo la mia sessualità». Entrerebbe a far parte del gruppo di omosessuali cattolici della parrocchia di Padova? «Certo, questa è la vera Chiesa, Cristo accoglieva tutti come fa questo sacerdote, immune dai diktat di Ratzinger e dai suoi argomenti dell’altro secolo». Leo Gullotta, lei è a Milano per partecipare ad un incontro con genitori che hanno figli omosessuali. Cosa dirà loro oggi, dopo questi segnali di apertura? «Sono stato colpito dal coraggio e dalla tolleranza del parroco veneto che pone l’anima al centro della sua missione. Senza chiedere a chi si avvicina al suo gruppo quali siano le inclinazioni sessuali, se sia single o stia vivendo un rapporto di coppia. Mi sembra un’esperienza splendida, compiutamente cristiana, in linea con la sensibilità religiosa dell’intera Europa, mirata a donare serenità e comprensione senza punire il cattolico che c’è in noi».
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