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| Ordinato negli Stati Uniti il primo ministro presbiteriano omosessuale |
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| Si tratta della quarta confessione protestante a permettere l'ordinazione degli omosessuali, dopo l’Episcopale, l'Evangelica Luterana e la Chiesa di Cristo. Il no della Chiesa cattolica |
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| Domenica 16 Ottobre 2011 |
| di La Stampa |
| in Religione |
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Anche la chiesa presbiteriana (2,3 milioni di fedeli negli Usa) apre ai ministri gay. Il primo è già in rampa di lancio. Il reverendo Scott Anderson potrà tornare al suo ministero che, a causa della sua omosessualità, era stato obbligato ad abbandonare decenni fa. Il ministro presbiteriano gay verrà nuovamente ordinato nella città di Madison, nello stato americano del Wisconsin. Ora la prima ordinazione di di un ministro dichiaratamente gay rischia di scatenare una grave crisi all’interno della confessione. Scott Anderson sarà il primo ministro dichiaramente omosessuale ad essere ordinato nella Chiesa presbiteriana.
Finora, infatti, gay e lesbiche erano ritenuti «non adatti» a ruoli di responsabilità e di guida della comunità. L’omosessualità, infatti, era ritenuta un tipo di malattia, una «deviazione distruttiva» che va contro le Sacre Scritture. Nel 1990 le restrizioni anti-omosessualità si sono tradotte nel clero presbiteriano con l’allontanamento dei ministri gay.
L’ordinazione di Scott Anderson è stata resa possibile dal documento con cui in maggio la Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti ha rimosso il divieto per le persone omosessuali. Il provvedimento ratificato il 10 maggio permette l'ordinazione di ministri gay e lesbiche, lasciando comunque ampia libertà di decisione alle singole comunità locali. La Chiesa Presbiteriana americana è la quarta confessione protestante a permettere l'ordinazione degli omosessuali, dopo l’Episcopale, l'Evangelica Luterana e la Chiesa di Cristo. La modifica alla costituzione della Chiesa Presbiteriana è stata approvata dall’assemblea generale e ratificata dalla maggioranza delle 173 organizzazioni locale («presbiteri»).
A maggio la svolta:102 sì e 60 no. Era la quarta volta che la chiesa affrontava la votazione per l'ordinazione e consacrazione degli omosessuali. Dall’ultima volta che la questione è stata messa ai voti, nel 2008-2009, 19 presbiteri, compresi quelli di zone tradizionalmente conservatrici (Nebraska e nord Alabama) sono passati dal no al sì. Secondo la morale cristiana c’è differenza tra orientamento e atto. Un orientamento (cioè una tendenza, un’inclinazione) omosessuale, pur essendo oggettivamente un disordine morale, non va considerato peccaminoso in se stesso: lo è solo nel senso che può condurre a un atto sessuale. Per la Chiesa cattolica l’atto omosessuale è invece peccato gravemente contrario alla castità. Esso, infatti, esclude il dono della vita. Non è il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo può essere approvato. Per questo la Chiesa cattolica dice sì al rispetto della persona omosessuale, alla quale, proprio in quanto persona, si deve dignità, accoglienza, aiuto. La persona umana, in quanto creata a immagine e somiglianza di Dio, precede e trascende la propria sessualità, il proprio orientamento sessuale.
Fino allo scorso maggio alcuni «presbiteri» avevano ordinato religiosi gay e lesbiche e consacrato i laici in base alla politica ufficiosa del «don’t ask,don’t tell» (non chiedere, non dire). Da parte sua, invece, la Chiesa cattolica dice no all’approvazione del comportamento omosessuale o della relazione omosessuale,alla concezione dell’omosessualità come una dimensione del tutto al di fuori o al di sopra delle norme morali, alla legalizzazione o all’equiparazione della relazione omosessuale al matrimonio, al conferimento del sacramento dell’Ordine a una persona omosessuale o con tendenza omosessuale, ad ogni marchio di ingiusta discriminazione, a ogni eventuale forma di rifiuto, di emarginazione o di disprezzo nei confronti della persona omosessuale. Il problema, soprattutto in paesi di antica tradizione cattolica come l’Italia e la Spagna riguarda soprattutto il comportamento che devono i politici cattolici nei confronti di legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali. Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge.
Inoltre la Chiesa cattolica chiede allo Stato di affermare chiaramente il carattere immorale delle unioni omosessuali, di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, di ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male, di smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare della giusta tolleranza verso le persone omosessuali. E anche, di non procedere alla legalizzazione delle unioni omosessuali o alla loro equiparazione legale al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, di rispettare il principio di uguaglianza, in forza del quale non si possono attribuire gli stessi benefici e vantaggi a soggetti che non sono nella stessa situazione giuridica. Infatti mentre i soggetti legati da matrimonio sono impegnati ad osservare una somma di doveri e di obblighi previsti dal diritto di famiglia, i soggetti di unioni di fatto si sottraggono, per libera scelta, a questi impegni. Pertanto lo Stato violerebbe il principio di uguaglianza conferendo ai soggetti di unioni di fatto, i benefici che la legge prevede per le unioni coniugali familiari. (di Giacomo Galeazzi) Questo articolo ha ricevuto 3029 visite.
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