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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Il ruolo degli evangelici americani nella stretta anti-gay dell'Uganda
Il ruolo degli evangelici americani nella stretta anti-gay dell'Uganda
Conferenze antigay dei cistiano-evangelici americani spingono il Paese africano a proporre la pena di morte per gli omosessuali
Martedì 05 Gennaio 2010
di The New York Times
in Religione

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Alcuni effetti del voto del Vaticano contro la risoluzione ONU per la depenalizzazione dell'omosessualità.

(la redazione)



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di JEFFREY GETTLEMAN (New York Times)



KAMPALA, Uganda – Durante il marzo scorso tre cristiani evangelici americani, le cui teorie riguardo la “cura” degli omosessuali sono state ampiamente screditate negli Stati Uniti, sono arrivati nella capitale ugandese per presentare una serie di conferenze. Il tema dell'evento, come riportato dall'organizzatore Stephen Langa, era “il piano gay – il programma oscuro e segreto” e la minaccia che gli omosessuali rappresentano per i valori biblici e la tradizionale famiglia africana.



Per tre giorni, stando ai partecipanti e alle registrazioni, migliaia di ugandesi, compresi ufficiali di polizia, insegnanti e politici di livello nazionale, hanno ascoltato con trasporto gli interventi degli americani, che si sono presentati come esperti di omosessualità. I partecipanti hanno discusso su come rendere eterosessuali gli omosessuali, come spesso gli uomini gay sodomizzino i teenager e come “il movimento gay sia un'istituzione malefica” il cui obiettivo è “distruggere la società basata sul matrimonio e rimpiazzarla con una cultura di promiscuità sessuale”.



I relatori americani però ora si mettono sulla difensiva, dicendo che non avevano alcuna intenzione di incendiare il tipo di rabbia che sarebbe sfociata nella proposta di legge che impone la pena di morte per i comportamenti omosessuali.



Un mese dopo la conferenza un allora sconosciuto politico ugandese, che si vantava di avere amici evangelici nel governo americano, ha presentato la legge anti-omosessuali del 2009, che minaccia di impiccare gli omosessuali e che ha posto l'Uganda in rotta di collisione con le Nazioni occidentali. I Paesi elargitori di fondi infatti, compresi gli Stati Uniti, ora richiedono che l'Uganda rifiuti la proposta di legge, dicendo che viola i diritti umani. Tuttavia il ministro ugandese dell'etica e dell'integrità (che precedentemente aveva cercato di vietare le minigonne) ha recentemente affermato che “gli omosessuali se li possono scordare i diritti umani”.



Il governo ugandese, posto di fronte al pericolo di perdere milioni in aiuti dall'estero, sta retrocedendo leggermente e intende sostituire la pena di morte con il carcere a vita per alcuni omosessuali. Ma la battaglia è lontana dalla sua conclusione.



Al contrario, l'uganda sembra essere diventato un lontano fronte nella guerra culturale americana, con gruppi americani che militano da entrambe le parti: gli attivisti cristiani e quelli gay, che contribuiscono con sostegni e contributi anche al più ampio dibattito sull'omosessualità in Africa. “È una lotta per le loro vite” dice Mai Kiang, direttrice dell'Astraea Lesbian Foundation for justice, un gruppo newyorkese che ha contribuito con quasi 75.000 dollari [oltre 50.000 euro] al movimento gay ugandese, e che intende aumentare il proprio finanziamento.



I tre americani che sono intervenuti alla conferenza (Scott Lively, un missionario autore di numerosi libri contro l'omosessualità tra cui “7 passi per proteggere tuo figlio dall'arruolamento [gay]”, Caleb Lee Brundidge, un ex-gay dichiarato che dirige dei “seminari di guarigione”, e Don Schmierer, un membro di Exodus International la cui missione è “mobilitare il corpo di Cristo per dare grazia e verità a un mondo alterato dall'omosessualità”) ora cercano di prendere le distanze da quella proposta di legge.



“Mi sento ingannato,” dichiara Schmierer sostenendo che era stato invitato per parlare delle “capacità genitoriali” delle famiglie con figli gay. Ammette di aver spiegato al pubblico come gli omosessuali posano venire convertiti in eterosessuali, ma afferma di non avere idea che gli ugandesi stavano contemplando la pena di morte per gli omosessuali. “È orribile, assolutamente orribile,” dice. “Alcune delle persone più simpatiche che io abbia mai conosciuto sono gay.”



Lively e Brundidge hanno fatto affermazioni simili durante interviste o dichiarazioni pubbliche delle loro organizzazioni. Ma gli organizzatori ugandesi delle conferenze riconoscono di aver contribuito alla stesura del testo di legge, e Lively ha ammesso di aver incontrato i legislatori ugandesi per discuterlo. Ha persino scritto sul suo blog, in marzo, che qualcuno ha assimilato la loro campagna a “una bomba atomica contro il piano gay in Uganda.” Successivamente, esposto alle critiche, Lively ha detto di essere molto dispiaciuto del fatto che la legislazione fosse così crudele.



I sostenitori dei diritti gay in Uganda affermano che la visita dei tre americani ha contribuito a mettere in moto quello che potrebbe essere un ciclo pericolosissimo. I gay ugandesi raccontano un mondo fatto di pestaggi, ricatti, minacce di morte tipo “muori sodomita!” scritto sulle loro case, costanti persecuzioni e persino i cosiddetti “stupri correttivi”.



“Adesso dovremo veramente nasconderci,” dice Stosh Mugisha, un'attivista lesbica che racconta di essere stata legata in una piantagione e stuprata da un bracciante per curarla della sua attrazione per le donne. Racconta di essere rimasta incinta e di essere stata infettata dall'AIDS, e che la reazione di sua nonna è stata semplicemente “è perché sei troppo testarda”.



Malgrado questi attacchi, molti gay e lesbiche riconoscono che le cose stavano migliorando prima della proposta di legge, almeno al punto da poter indire conferenze stampa e sostenere pubblicamente i propri diritti. La preoccupazione adesso è che questa proposta di legge possa incoraggiare i linciaggi. Già avviene che la folla pesti a morte delle persone per infrazioni minori come il furto di scarpe.



“Queste persone hanno appiccato un incendio che non possono controllare,” dice il reverendo Kapya Kaoma, uno zambiese che in incognito ha documentato per sei mesi la relazione tra il movimento anti-omosessuale africano e gli evangelici americani. Koama ha partecipato alle conferenze e racconta che i tre americani “hanno sottostimato l'omofobia in Uganda [e] cosa significhi per gli africani descrivere un gruppo come intenzionato a distruggere le loro famiglie e i loro figli”. “Quando gli si parla in questi termini,” aggiunge, “ gli africani sono disposti a lottare fino alla morte.”



L'Uganda è un paese straordinariamente fertile e prevalentemente rurale, dove i gruppi cristiani più conservatori hanno un'influenza enorme. Questa è del resto la terra della proposta di borse di studio per la verginità, dei canti per Gesù diffusi negli aeroporti, degli adesivi “L'Uganda è benedetta” apposti sulle porte degli uffici parlamentari, e del suggerimento da parte della moglie del presidente che un censimento della verginità potrebbe essere uno strumento efficace di lotta all'AIDS. Durante l'amministrazione Bush i rappresentanti americani approvarono caldamente le politiche familiari del Paese e contribuirono con milioni di dollari ai programmi di astinenza sessuale.



L'Uganda è diventato un magnete per i gruppi evangelici americani. Alcune delle più note personalità cristiane sono recentemente venute in visita, spesso portando con loro messaggi anti-omosessualità. Tra questi il reverendo Rick Warren, che nel 2008 ha parificato omosessualità e pedofilia. (Warren recentemente ha condannato la proposta di legge omofobica, cercando di correggere quelle che chiama “bugie, errori e false dicerie” riguardo il suo ruolo nella stessa proposta.)



Molti africani vedono l'omosessualità come un'immoralità importata dall'occidente, e il continente è colmo di feroci leggi omofobiche: in Nigeria, per esempio, gli uomini gay possono essere messi a morte per lapidazione. Oltre all'Africa anche alcuni Paesi musulmani come l'Iran e lo Yemen hanno la pena di morte per gli omosessuali. Tuttavia molti ugandesi riconoscono che si sta andando troppo in là, e alcuni arrivano a parlare apertamente in sostegno delle persone omosessuali.



“Li posso anche difendere,” dice Haj Medih, un tassista musulmano con molti clienti omosessuali. “Ma cosa mi spaventa? La polizia, il governo. Possono arrestarti e imprigionarti, e per quanto riguarda me, io non ho avvocati che possano difendermi.”



(fonte: http://www.nytimes.com/2010/01/04/world/africa/04uganda.html )

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