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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Anglicani spaccati sui gay, l'America verso lo scisma
Anglicani spaccati sui gay, l'America verso lo scisma
Ultimatum dei leader mondiali: stop ai vescovi omosessuali
Venerdì 21 Settembre 2007
di Corriere della Sera
in Religione

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Il conto alla rovescia è iniziato ieri. Cinque giorni di trattative per evitare che la Chiesa episcopale americana si stacchi dalla Comunione Anglicana, 77 milioni di fedeli sparsi per il mondo. A dividere la comunità cristiana è l'atteggiamento verso gli omosessuali. Sul tema gli americani hanno posizioni molto liberal. Nel 2003 hanno ordinato vescovo del New Hampshire Gene Robinson, gay dichiarato dal 1986 quando divorziò dalla moglie e andò a vivere con Mark Andrews. Una mossa sgradita ai leader della Comunione che, lo scorso febbraio in Tanzania, hanno lanciato un ultimatum agli Usa: la Chiesa episcopale ha tempo fino 30 settembre per fare marcia indietro sui vescovi, altrimenti dovrà uscire per sempre dalla comunità. La scadenza si avvicina. Per questo ieri, Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, leader della Chiesa d'Inghilterra, è volato a New Orleans dove ha incontrato i 150 maggiori leader degli episcopali. La sua missione è quasi impossibile: tornare a casa con la promessa che in Usa non si ordineranno più vescovi omosessuali e che non si approveranno preghiere ufficiali per coppie dello stesso sesso. «Farò di tutto per evitare una divisione » ha confessato il primate al

Daily Telegraph.

Ma a New Orleans già si affilano le armi. Dallo scorso anno a capo della Chiesa episcopale c'è, per la prima volta, una donna, Katharine Jefferts Schori, assolutamente convinta che la Bibbia appoggi le unioni gay. «Penso che i vescovi si alzeranno in piedi e diranno: "Non torneremo indietro" » è la previsione di Frank Wade, un veterano della diocesi di Washington. Tutto fa pensare che gli americani non siano intenzionati a cedere. Ne è la prova la candidatura di Tracey Lind a vescovo di Chicago. La reverenda è una lesbica dichiarata e in Illinois danno per scontata la sua nomina il prossimo dieci novembre.

Ma i 2,2 milioni di fedeli episcopali non sono tutti convinti della svolta liberal decisa dai vertici. Alcune diocesi tradizionaliste sono sul piede di guerra e minacciano la scissione. In aiuto dei fedeli più conservatori sono accorsi i primati di Kenya, Nigeria e Uganda che hanno inviato in America dei vescovi per costruire una rete di parrocchie rivali. In Virginia le due antiche congregazioni di Truro e Falls Church, dove pregava anche il presidente Washington, si sono unite alla missione nigeriana, il cui arcivescovo Peter Akinola ha bollato come «un attacco satanico» alla Chiesa qualsiasi attività omosessuale. I dissidenti hanno subito reclamato la proprietà dei beni della Chiesa locale a dimostrazione che in gioco, oltre ai valori, ci sono anche miliardi di dollari. Sono almeno altre tre le diocesi conservatrici che vogliono allinearsi alla Comunione anglicana: San Joaquin in California, Pittsburgh in Pennsylvania e Quincy in Illionois. Una fuga contenuta. Su settemila parrocchie soltanto cinquantacinque sono pronte ad andarsene.

È ottimista il vescovo John Howe, un conservatore che dirige la diocesi della Florida centrale dove ci sono almeno 12 parrocchie anti-gay. «Penso che molto dipenda da quello che l'arcivescovo Di Canterbury deciderà — dice convinto —. Ci sono diverse opzioni sul tavolo». Ma Howe lo ammette: se ci fosse lo scisma lui rimarrebbe nella Comunione. Come andrà a finire lo sapremo lunedì.

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