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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
"Libertinaggio sul video" L’Osservatore contro la Rai
"Libertinaggio sul video" L’Osservatore contro la Rai
Il Vaticano tuona contro le trasmissioni a sfondo satirico e si prepara alla censura in TV
Mercoledì 07 Febbraio 2001
di la Repubblica
in Religione

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MARCO POLITI CITTA’ DEL VATICANO — Rai alla gogna. Ancora una volta partono dal mondo cattolico bordate pesantissime contro il servizio pubblico. «Gara al ribasso, libertinaggio..», strilla l’Osservatore Romano, mentre Famiglia cristiana accusa senza appello l’azienda di aver «cambiato obiettivo» e di «turbare e scandalizzare un’utenza della quale si respingono le critiche». Dopo l’ondata di trasmissioni religiose dell’anno giubilare l’Osservatore ha iniziato ad attaccare sistematicamente l’ente pubblico. Ha cominciato criticando la Carramba nazionale il 6 gennaio, ha proseguito gettando sul tavolo l’inopinato interrogativo se abbia senso pagare il canone, continua adesso ergendosi a interprete dei «sentimenti della gente comune, che respinge volgarità, cattivo gusto, faziosità». Peraltro, anche il cardinal Ruini, presidente della Cei, se l’è presa con la tvspazzatura all’ultima riunione del consiglio permanente dell’episcopato. Formalmente il giornale vaticano critica sia i network privati che le reti pubbliche «che scambiano per moda lo smodato e per libertà il libertinaggio, assegnando al pubblico un grado assai basso di intelligenza e di gusto», ma in realtà è presa di mira maggiormente la Rai, perché impone attraverso il canone «il finanziamento di programmi il più delle volte non graditi». Respinta al mittente è la spiegazione della dirigenza dell’ente pubblico, la quale sostiene che solo il 13 per cento delle 72 ore di programmazione quotidiana sono dedicate all’intrattenimento. Cinquantacinquemila abbonati, soggiunge il giornale d’Oltretevere, hanno d’altronde disdetto l’abbonamento negli ultimi tre anni. Dal momento che non c’è differenza sostanziale fra le tv private e quella pubblica, insiste l’Osservatore, la Rai non solo merita «maggiore riprovazione», ma viene meno alla sua funzione istituzionale di strumento di crescita civile. La stessa tesi è rilanciata da Famiglia cristiana, che qualifica le risposte della Rai sul dovere d’informazione come «ipocrisia a difesa del canone». L’Ottavo nano «è satira volgare», i reportage di Sciuscià sono offensivi, Alda d’Eusanio fa provocazioni in nome dell’audience, Bruno Vespa scatena risse politiche con la Belillo e la Mussolini trasformate in «comari». Nei confronti di Vespa il settimanale dei Paolini è particolarmente velenoso. Egli si presenta nelle vesti di «consigliere aulico nel Principato Tv sia verso la maggioranza che verso l’opposizione (che domani può diventare maggioranza...». Al fondo di questi attacchi emerge la convinzione di una parte della gerarchia ecclesiastica, che le grandi reti televisive stiano perseguendo un disegno occulto: ribaltare «la scala dei valori tradizionali, accreditando come normale ciò che, almeno in relazione ai fondamenti della nostra civiltà, è anormale». In serata la replica della Rai, che protesta per i pregiudizi vaticani. Singoli episodi, afferma un comunicato, non giustificano l’accusa che l’azienda stia sovvertendo i valori tradizionali della società. Piccate suonano le spiegazioni tecniche. Il canone non è versato alla Rai, ma al ministero della Finanze e solo una parte è trasferita dallo Stato alla Rai con un contratto che stabilisce ciò che l’azienda deve fare. I gusti del pubblico sono tanti e diversi. Il grande impegno per il Giubileo non è stato messo in campo per «motivi di audience». Infine, in tre anni, «ci sono state solo 55 mila disdette contro gli altri 700 mila nuovi abbonati. Fuori dal coro aziendale il consigliere d’amministrazione Gamaleri: «Quando un’intera città (Verona) si sente tradita da un servizio giornalistico...quando dall’annusare mutandine di una soubrette si passa a bere pipì di una ballerina, si provocano altrettante ferite nel rapporto di fiducia con i cittadini».

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