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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Caltanissetta. Intervista a don Massimo Naro a margine dell'attuale polemica a proposito dei Dico
Caltanissetta. Intervista a don Massimo Naro a margine dell'attuale polemica a proposito dei Dico
«Il matrimonio? E un "sì" di Dio»
Lunedì 26 Febbraio 2007
di La Sicilia
in Religione

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di Salvatore Falzone

Anche in Sicilia e a Caltanissetta sono aumentate nell'ultimo anno le richieste di divorzio, di separazione e di annullamento del cosiddetto “matrimonio sacramentale”. Mentre intanto in tutto il Paese – al di là degli esiti che porterà con sé la crisi di governo - divampa la polemica sui Dico, cioè sulla regolamentazione giuridica delle coppie di fatto. A don Massimo Naro, rettore del seminario nisseno e docente di teologia a Palermo, abbiamo rivolto la stessa domanda con cui si apriva la prolusione inaugurale dell'anno giudiziario ecclesiastico: il processo matrimoniale canonico deve seguire la logica giuridica o quella pastorale? «Premesso che in un tale contesto il termine pastorale ha significato riparazionistico (perché allude alla necessità di venire incontro al disagio di quelle coppie sposate in chiesa che sono in crisi a tal punto da volersi separare anche ricorrendo alla dichiarazione di nullità del loro matrimonio), reputo insufficiente un approccio di questo tipo».

Perché?

«Perché esclude a priori ciò che invece fonda in modo specifico il senso del matrimonio cristiano, e cioè il riferimento all'orizzonte biblico-teologico. Chiedersi semplicemente e soltanto se il matrimonio sia problema giuridico o pastorale significa considerare il matrimonio non come evento salvifico ma come il risultato del reciproco consenso tra uomo e donna».

Sta di fatto che le gerarchie ecclesiastiche citano sempre meno la Bibbia e parlano sempre più di disegni di legge, norme e doveri, diritto naturale e principi etici…

«Forse l'insistenza con cui in questi giorni i vertici dell'episcopato italiano e la Santa Sede intervengono sulla questione dei Pacs e dei Dico è motivata proprio da un'indebita sopravvalutazione di una componente soltanto umana: il consenso dei due sposi».

Dunque i vescovi farebbero meglio a tacere?

«Non proprio. Secondo me è giusto che intervengano pubblicamente su questioni che concernono la vita sociale. Anche loro sono infatti cittadini e anche per loro vale il diritto di parlare liberamente, come singoli e come gruppo associato (come CEI, cioè), sancito dalla nostra Costituzione. Questo diritto non l'hanno solo i partiti o le associazioni arcigay. Nel caso del problema della normalizzazione giuridica delle convivenze di fatto, mi sembra che chi sta lottando contro i Dico spesso non stia parlando un linguaggio specificamente cristiano. Parla di ricadute legali, di eventuali abusi illegali, di diritti e doveri, di contraccolpi etici, culturali e persino economici dei Dico. E per argomentare questo discorso parte implicitamente da un assioma troppo frettolosamente dato per scontato sol perché affermato anche dal diritto canonico: vale a dire che consensus facit matrimonium. Questa affermazione può valere per il matrimonio civile. Ma farla valere anche per quello sacramentale, celebrato in chiesa, è indice di una grave anemia teologica...».

Addirittura!

«Sì, perché il matrimonio sacramentale non risulta dal consenso degli sposi, ma dalla benedizione di Dio sul loro volersi bene. Se si basasse solo sul consenso degli sposi, allora sarebbe esposto alla volubilità di tale consenso e potrebbe sfociare, al limite, in un consensuale divorzio, che difatti è permesso per chi si sposa civilmente».

Ma il consenso è pur sempre un elemento fondamentale del matrimonio canonico.

«Sì. Ma il matrimonio cristiano, nella sua forma cattolica, si basa essenzialmente sul sì di Dio e a Dio. La liturgia nuziale, da poco rinnovata, mette giustamente al centro le formule che esprimono la benedizione di Dio sull'amore degli sposi e riformula meglio che nel passato la dichiarazione del consenso: non più “io prendo te...”, bensì “io accolgo te...”. Il matrimonio, come ogni sacramento, è infatti un evento di grazia: è un intervento di Dio nella vita degli uomini per salvarli. Ed è un appello verso di loro, una vera e propria vocazione».

Vuole dire che nel matrimonio cattolico il diritto conta poco?

«Voglio dire che il matrimonio sacramentale non è semplicemente un'istituzione umana, come tale esposta ad ogni pur sempre possibile manipolazione legale, ma esprime e realizza una vocazione inscritta nel profilo creaturale dell'uomo e della donna, come tale voluta – secondo la rivelazione biblica – da Dio sin dal momento della creazione e accettabile se si crede nel Dio della Bibbia».

Ad alcuni questo discorso potrebbe sembrare un po' fondamentalista...

«Me ne rendo conto. Specialmente a chi rimane convinto che il problema delle unioni di fatto può e deve essere affrontato solo da un punto di vista razionale. Così ha insegnato persino il Pontificio Consiglio per Famiglia in un documento del 2000. Questa affermazione rimanda al concetto di natura e di diritto naturale, che nella cultura postmoderna è entrato fortemente in crisi. Personalmente penso che dopo la lezione di un grande teologo come Henri de Lubac, i cristiani dovrebbero fare la tara al concetto – non biblico – di natura e naturalità e dovrebbero tornare a parlare piuttosto di creazione e creaturalità. Giovanni Paolo II, nella Familiaris consortio, ha giustamente insegnato che lo specifico del matrimonio cristiano è che esso sia sacramento di una realtà esistente sin dal principio. Il “principio” cui si riferisce è la creazione di Adamo e di Eva dalla costola di Adamo e il loro essere stati messi da Dio “faccia a faccia”. Anche Gesù, dibattendo con i farisei, criticò la prassi mosaica del ripudio di una moglie adultera affermando che “in principio non fu così”. Dovremmo tornare a riflettere teologicamente sul valore di quel “principio”».

In che modo?

«La traduzione greca del brano biblico che narra la creazione di Eva dalla costola di Adamo, usa il complemento di provenienza, cioè la preposizione e con il genitivo: Adamo, trovandosi accanto Eva dopo essersi svegliato dal torpore estatico in cui era caduto mentre Dio operava, disse che “finalmente” Eva gli dava felicità, perché era “carne dalla sua carne”. Questo provenire di qualcuno da qualcun altro, nella Bibbia e nella primissima teologia cristiana, esprime sempre una alterità compatibile, l'unica che permette una reale relazione tra diversi che però non degenera in incompatibilità. Anche secondo il credo di Nicea il Figlio è distinto dal Padre suo, ma essendo generato a partire dalla stessa sostanza divina del Padre, può entrare in rapporto con Lui, senza mai confondersi con Lui. Lo stesso si dice di Eva ricavata da Adamo: essa non è più un gatto o un passerotto, creature di Dio in mezzo a cui Adamo pur si trova, nell'Eden, come un sovrano (a ciascuna delle creature egli dà il nome), ma sentendosi tristemente solo. Tuttavia Eva non è neppure un clone di Adamo: non è maschio come lui; è piuttosto femmina. Gli assomiglia, ma è diversa. È un'altra con cui però Adamo può entrare in una vera relazione. Per questo, vedendola, esclama felice: “finalmente”, accogliendola come una grazia del Creatore. Da qui deriva una formula biblica importantissima».

Quale?

«Dio li creò maschio e femmina, faccia a faccia li creò. Lo stare faccia a faccia di un uomo e una donna (e solo un uomo e una donna possono mantenere la posizione del faccia a faccia), celebrato nel matrimonio, manifesta l'identità trinitaria di Dio stesso, che essendo Amore è lo Spirituale stare insieme del Padre col suo Altro, il Figlio suo. Il matrimonio sacramentale è epifania dell'intima verità tripersonale di Dio».

Qualcuno potrebbe obiettare che il suo ragionamento, per quanto corretto da un punto di vista teologico, si allontana un po' troppo da problemi attuali e concreti, come quello dei Dico, che invece alla Chiesa sembrano stare molto a cuore.

«Fare la fatica di comprendere tutto ciò, può aiutare innanzitutto i cristiani a ricordare che il loro matrimonio è un fatto di grazia che mette in comunione con Dio e che esige dai credenti la continua conversione. Per questo può essere utile ma non certo risolutivo ricorrere alle sottigliezze della giurisprudenza per lottare contro le unioni di fatto, quelle degli etero e quelle degli omosessuali (che poi sono il vero obiettivo dei Dico). A mio parere occorre piuttosto riproporre l'annuncio del “principio”, con le parole proprie dell'evangelizzazione e della catechesi. Chi avrà orecchie per intendere, a poco a poco, intenderà».

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