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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Chiesa e omosessuali: incontrarsi senza orgoglio e senza pregiudizi
Chiesa e omosessuali: incontrarsi senza orgoglio e senza pregiudizi
Pubblichiamo l'articolo di don Valter Danna, Direttore Ufficio Famiglia Diocesi di Torino, sul rapporto tra la Chiesa e gli omosessuali
Venerdì 23 Giugno 2006
di La Voce del Popolo
in Religione

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di don Valter Danna, Direttore Ufficio Famiglia Diocesi di Torino



Anche un evento come il GayPride 2006 e le sue visibili e colorate manifestazioni possono rientrare tra i «segni dei tempi» da interpretare? Credo proprio di sì, purché nell’ottica della fede annunciata dalla Chiesa che, in questo mondo con le sue variegate e innumerevoli minoranze e con le più silenziose (e talvolta penalizzate) maggioranze, è chiamata a essere segno visibile di unità e di speranza (Lumen Gentium) come lo fu Gesù, il buon pastore, che avvicinò tutte le categorie di persone (farisei e pubblici peccatori, potenti e poveri della terra) e di emarginati (donne, bambini, lebbrosi, indemoniati ecc.) della sua epoca, ridando speranza e gioia di vivere. Non finisce mai di sorprendermi questa libertà dell’uomo Gesù che vince ogni pregiudizio e non si lascia intimorire da taluni «benpensanti» ipocriti.



A me pare che i cristiani di oggi debbano riproporre questo stesso stile «anticonformista» e libero. Questo non vuol dire mancare di delicatezza verso qualcuno o approvare incondizionatamente manifestazioni pubbliche qualora offendano la sensibilità religiosa, anche quando tale espressione può essere la reazione comprensibile di molte umiliazioni e discriminazioni subite.



Con spirito costruttivo di accoglienza il cardinale Poletto aveva incontrato una delegazione del GayPride 2006 attraverso l’interessamento del gruppo di omosessuali credenti «Davide e Gionata». L’incarico dato a due sacerdoti di seguire il dialogo con questi fratelli è l’espressione di una accoglienza e di un rispetto che non implica alcuna rinuncia alla prospettiva etica cristiana. In particolare, la richiesta dei credenti di orientamento omosessuale, al di là del folklore e dell’esteriorità, è molto seria: la presa in carico di queste persone, e anche delle loro famiglie di origine, da parte della Chiesa per offrire un aiuto nel cammino di fede che rassereni, che faccia sentire meno in colpa per una condizione che non si è scelta, insomma che condivida gioie e speranze, tristezze e angosce (cfr. Gaudium et Spes) in una prospettiva di riconciliazione e di speranza. Una presa in carico che, non giudicando, aiuti a vivere con quella dignità che ogni persona porta in sé superando ogni ingiusta e antievangelica discriminazione o umiliazione e trovando la propria giusta collocazione nella comunità pellegrina verso il Regno.



Nella complessa e al tempo stesso contraddittoria società attuale non è facile trovare dei linguaggi adeguati per parlare al cuore delle tante categorie di uomini e donne con i loro fardelli di storia e di ferite. Un linguaggio esclusivamente giuridico, a cui non si può rinunciare e che peraltro non entra mai nel merito della coscienza dell’uomo, potrebbe ferire coloro che si trovano in una condizione non scelta e bollata come «disordine», così come la parola «irregolari» per indicare i divorziati risposati in civile potrebbe suonare stonata a chi ha provato il fallimento e la solitudine della separazione magari subita.



Dobbiamo ammettere che pastoralmente facciamo fatica a farci capire in certe complesse situazioni umane in cui alla delicatezza non va disgiunta la necessaria parola di verità. Non sempre è facile tradurre l’universalità della salvezza in parola (e ancor più in presenza) liberatrice per ciascun uomo nella sua specifica situazione personale. È difficile coniugare con vera sapienza cristiana i principi della fede e della morale cristiana con i particolari individuali e le diversissime situazioni di vita. Talvolta si trovano le facili scappatoie del silenzio imbarazzato, o del «non fa problema, va tutto bene», o del rigorismo intransigente e distruttivo.



È ancora Gesù che ci ammaestra: egli si rivolgeva ai singoli, prendendoli là dove si trovavano (ad esempio i due di Emmaus) senza chiedere loro, almeno inizialmente, se non di accoglierlo; magari questo avveniva anche davanti a un tavolo imbandito (è il caso, ad esempio, di Zaccheo e di Levi). Questo mi sembra lo stile evangelico a cui anche oggi dobbiamo riferirci con coraggio e saggia spregiudicatezza.



Naturalmente non è questa la sede per discutere sull’omosessualità come orientamento e come comportamento (una malattia, una variante del comportamento sessuale, un peccato contro natura, una croce da vivere…) o come la teologia e la morale debbano esprimersi, tuttavia ritengo valide e prudenti le parole dette a questo proposito dal card. Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, in un recente libro-intervista: «È molto difficile farsi un giudizio valido sulle cause dell’omosessualità. Dal punto di vista scientifico è impossibile… Ho spesso sperimentato che, quando si parla di queste cose, bisogna tener conto di questa situazione per il momento non chiaribile in maniera pienamente valida. E perciò non possiamo adesso emarginare semplicemente gli omosessuali e limitarci a riproporre le vecchie condanne contro di loro. Naturalmente mi attendo anche che coloro che hanno una predisposizione all’omosessualità non rendano ancor più difficili, con manifestazioni pubbliche drammatiche e con relativi comportamenti scandalosi, le cose a coloro che trovano difficoltà ad accettare il fenomeno dell’omosessualità. Qui ci vuole reciproco rispetto» («È tempo di pensare a Dio», Queriniana).



Con questo pacato atteggiamento la comunità cristiana, a partire dai suoi pastori, non esclude nessuna persona. Penso, per analogia, a chi ha subito un fallimento matrimoniale e ha poi ritrovato la serenità di una nuova famiglia: anche per loro c’è una via di salvezza e di santificazione e c’è uno spazio nella Chiesa. L’esperienza di un cammino con un gruppo di separati e divorziati mi dimostra come ciò sia rasserenante e pacificante e come permetta anche di comprendere e accettare il rigore della disciplina ecclesiale. Non vedo perché un analogo atteggiamento non possa essere assunto nei confronti del «diverso» per orientamento sessuale e nell’aiuto anche ai familiari, in particolare ai genitori che troppo spesso si caricano di colpe che non hanno. Pur nella chiarezza dei principi cattolici, è doveroso accogliere e ascoltare, ed è terapeutico e liberante ricordare a sé e a questi fratelli che nessuna persona coincide o si identifica con il suo orientamento sessuale, né con i ruoli che esercita, né con le sue qualità o difetti, né con le sue virtù o vizi, ma va oltre portando in sé l’immagine e la somiglianza di Dio che lo orienta a diventare dimora dello Spirito.

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