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| LA Chiesa sembra oggi riducibile a un unico fotogramma |
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| Papisti, o neo-guelfi che dir si voglia, accodati con fervore all'unilateralismo etico, alle posizioni ufficiali della Cei su temi come la bioetica, i Pacs, l'aborto, il divorzio, l'omosessualità |
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| Sabato 03 Dicembre 2005 |
| di La Stampa |
| in Religione |
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Antonella Rampino
Papisti, o neo-guelfi che dir si voglia, accodati con fervore all'unilateralismo etico, alle posizioni ufficiali della Cei su temi come la bioetica, i Pacs, l'aborto, il divorzio, l'omosessualità. Invece la Chiesa, specie se considerata come comunità ecclesiale, non è una sola. La voce dei cattolici del dissenso, che nacquero alle cronache proprio ai tempi delle battaglie referendarie sullo scioglimento del matrimonio e sulla liceità della 194, in tempi recenti si è fatta flebile. Ma torna a farsi sentire. E con che forza: lunedì mattina, nella sede romana dell'Adista che della sinistra cristiana è l'agenzia di stampa, dom Gianni Franzoni presenterà un documento in cui si chiede di rivedere la beatificazione di Karol Wojtyla. Un documento, chiarisce subito, firmato da teologi, e che verrà inviato al Vicariato: "Chiediamo di dialogare, tentiamo di aprire una discussione", precisa. "Intendiamo il nostro come un atto di onestà intellettuale verso una personalità di forza indiscussa, qual era quella di Wojtyla". Wojtyla papa a una sola dimensione, si direbbe a scorrere il dossier firmato da teologi illustri, che ha stroncato la teologia della liberazione, che ha chiuso la Chiesa (quella delle berrette rosse, appunto) al dialogo con la società, rinserrandola nel territorio in cui la propria potenza era andata scemando, avviando un percorso, spiega Dom Franzoni "di presa sull'Italia", linea poi ampliata assai dal presidente della Cei Camillo Ruini in tempi recentissimi. Un papa, dice sempre Franzoni, "che ha sepolto il Concilio Vaticano II", come dire il momento in cui la Chiesa tentò di riformare democraticamente se stessa. Pur usando "del legittimo diritto di avere due linee, Giovanni Paolo II ha invece usato due spade, come Innocenzo III". Un papa-guerriero, appunto, che ha "lavorato per stroncare l'area del dissenso". Non ultimo rilievo, "Wojtyla non rispose alle richieste di rogatorie che lo Stato italiano avanzava verso il capo dello Ior monsignor Marcinkus sul caso Calvi". Il documento segna il ritorno del cattolicesimo più impegnato socialmente - sin qui rinserrato nel lavoro capillare delle comunità di base (quella di Dom Franzoni è a Roma, a San Paolo, e la Chiesa non si è opposta a che essa continuasse a operare) - all'appoggio dato a movimenti ancor oggi di stretta attualità, come il pacifismo, o anche le lotte no-global, specie se terzomondiste. È infatti firmato da una serie di teologi tutti riconducibili alla teologia della liberazione, che oggi è rinata come "teologia etnica", e che vede nel domenicano brasiliano Frei Betto, consigliere del presidente Lula e responsabile del progetto "Fame zero", uno dei capofila. Ci sono dunque in calce le firme di teologi illustri. Quella di Giulio Girardi, il salesiano che ha esplorato tra i primi la frontiera del dialogo tra i Vangeli e il Capitale di Karl Marx, quella del gesuita spagnolo José Maria Castillo, che Wojtyla destituì nell'88. E ancora Juan José Tamayo, la presidente delle donne teologhe europee Adriana Valerio, Filippo Gentiloni. Manca invece Hans Küng, il teologo di Tübingen che proprio sulla Stampa, lo scorso aprile, lanciò argomentazioni critiche verso Karol Wojtyla, "Papa dai multipli talenti, ma che ha preso molte decisioni cattive", naturalmente elencandole in dettaglio. "Küng, pur condividendo da sempre, mi ha pregato di non apporre la sua firma", dice Franzoni. Il quale segue con una certa apprensione lo sviluppo del dibattito sui rapporti tra laicità e religione. Apprensione per la Chiesa, s'intende. "Di fronte a quello che accade nel mondo e al suo interno, la Chiesa dovrebbe aprirsi al confronto, chiedersi cosa vuol dire essere corpo ecclesiale oggi". Qualche segnale positivo, dice Franzoni, c'è: "Ma non illudiamoci che sia un'apertura spedire i rappresentanti del Movimento per la vita nei consultori a presidiare l'applicazione della legge sull'aborto". È vero che al momento del varo della 194 la Chiesa ritirò le sue truppe, lanciando anatemi contro chiunque avesse a che fare con un'interruzione di gravidanza, "ma siamo sicuri che sia un passo avanti mandare dei militanti a dissuadere soggetti fragili e indifesi quali sono le donne in un momento così difficile della loro vita?".
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