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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
"Io, prete gay senza peccato"
L’INTERVISTAIl reverendo Fred Daley, 58 anni, dello Stato di New York, ha confessato la sua tendenza durante la predica
Domenica 27 Novembre 2005
di Il Giorno
in Religione

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«Io, prete gay senza peccato» dall’inviato

Giampaolo Pioli

NEW YORK — «Provo un grande disappunto. E’ un grave passo indietro. Il Vaticano vuol cercare un capro espiatorio sulla tragedia dei preti pedofili bandendo dal seminario e impedendo di prendere i voti sacerdotali a chi si riconosce gay….Dio ha chiamato alla sua tavola e invitato a predicare il Vangelo tutti quanti, gay, lesbiche e tutti gli esseri umani senza distinzione. Credo si stia commettendo un atto profondamente ipocrita da parte delle gerarchie della chiesa cattolica. I più grandi studiosi della nostra religione stanno dimostrando oggi con importanti scritti che non può più essere la Bibbia il testo guida su questo problema».

Il reverendo Fred Daley 58 anni, (nella foto Ap) parla con una voce calma e rassegnata dagli uffici della sua parrocchia a Utica una cittadina a più di 4 ore di macchina da Manhattan. Daley è un sacerdote gay adorato dai parrocchiani di questa parte povera dello Stato di New York. E’ stato ordinato prete 31 anni fa, è a Utica da 16 e la sua condotta è sempre stata eccellente. Il 25 marzo del 2004 durante la sua predica alla messa delle 10 ha sorpreso tutti dicendo: «Oggi voglio farvi una rivelazione molto intima: sono gay, ma sono il vostro parroco e continuerò a servire questa comunità dando il meglio di me».

Lo stupore dei parrocchiani è durato pochi secondi. «Ho ricevuto un paio di lettere non gentili - dice il reverendo Daley - Ma centinaia e centinaia sono state di incoraggiamento per il mio sacerdozio. Un prete deve essere giudicato per quello che fa, per la disponibilità che ha con i parrocchiani, per come conduce il suo celibato, non certo per i suoi orientamenti sessuali. Ma questo il Vaticano lo sa benissimo».

Si spieghi meglio.

«A Roma dal Papa in giù, sanno perfettamente che ci sono non solo tanti sacerdoti, ma vescovi e cardinali dichiaratamente gay. E sono ottimi preti, vescovi e cardinali. Usare l’orientamento sessuale di un individuo come discriminante per il sacerdozio è ormai assurdo. Significa che molti invece di aprirsi senza vergogna perché la verità rende tutti più liberi, torneranno al segreto, se non alla bugia e rientreranno dentro l’armadio. Per questo il documento del Vaticano che sta per uscire è ipocrita e diventerà un grave danno per la chiesa perché ridurrà al silenzio molte persone. Dobbiamo essere onesti: invece di guardare al sesso e ai gay come a una devianza, giudichiamo il loro operato come sacerdoti, la loro condotta morale durante il sacerdozio o nella preparazione al sacerdozio. Essere gay nella chiesa, non ha nulla a che vedere con i preti pedofili o con gli abusi che i sacerdoti, soprattutto in America, hanno commesso nei confronti dei giovani. Credo pertanto che valga la pena sfidare proprio le gerarchie ecclesiastiche su questo: invitarle ad assumersi le responsabilità per i gravi errori commessi in passato quando un sacerdote veniva semplicemente rimosso da una parrocchia e mandato in un’altra senza affrontare seriamente il suo problema».

Dopo l’ammissione di essere gay davanti ai parrocchiani il suo sacerdozio ne ha risentito?

«No. Io l’ho ammesso pubblicamente il giorno dell’annunciazione, e l’ho fatto con orgoglio. I miei parrocchiani non avevano alcuna notizia dei miei orientamenti sessuali. Mi hanno salutato con una standing ovation in tutte le messe delle domenica. La ragione per la quale l’ho fatto è stata perché non potevano rimanere più a lungo in silenzio quando mi sono accorto che le gerarchie della Chiesa cominciavano a prendere come bersaglio i preti gay associandoli direttamente agli abusi sessuali, mentre questo non aveva nulla a che vedere con l’orientamento sessuale di ciascuno. La mia esperienza mi ha insegnato che la comunità cattolica americana su questa vicenda è molto più avanti delle gerarchie ecclesiastiche che ci guidano. Il parrocchiano medio non solo a Utica ma nel resto dell’America è molto più interessato a quello in cui il sacerdote crede e a quello che fa ogni giorno che non al suo orientamento sessuale. Ma ripeto, questo documento del vaticano non impedirà ai seminaristi gay di diventare sacerdoti. Lo diventeranno ugualmente, semplicemente saranno meno aperti. E sono certo che questo è un danno che la chiesa cattolica già così in crisi di vocazioni in Usa si sta facendo da sola».

Avrà problemi col Vaticano per questi suoi commenti verso l’autorità? La chiesa è noto non è una democrazia.

«Non credo. Ho la coscienza tranquilla, sono in pace con me stesso, sono un buon prete, vivo il mio celibato con grande coerenza e seguo i miei parrocchiani. La mia dichiarazione sull’orientamento sessuale è stata soltanto un gesto privato che non ha nulla a che vedere col sacerdozio».

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