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| Chiesa sessuofobica? Sì, ma con giudizio |
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| IL SESSO AL TEMPO DI RATZINGER. Laici sulla difensiva e vescovi all’attacco |
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| Lunedì 14 Novembre 2005 |
| di l'Unità |
| in Religione |
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Ma sul corpo viene avanti una strategia ecclesiale più morbida, che non investe frontalmente la società contemporanea e si affida a strumenti più sottili
di Paolo Fabbri
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La chiesa cattolica, oltre che apostolica e romana é anche sessuofoba? Fatti suoi, direbbe il cittadino d’un paese laico, dove stato e chiesa vivono separati in casa. Per chi vive però in un paese «catto-laico» la domanda in fondo non è retorica. Se non se ne occupa, sarà la chiesa ad occuparsi di lui e allora si preoccuperà troppo tardi di quel che non ha fatto per meritarselo.
Cominciamo con un pensiero veniale. Oggi la Chiesa, quanto al governo del sesso, ci sembra molto continente. Ha abbandonato parecchio linguaggio tecnico: sostantivi come fornicazioni e concupiscenze, lussurie e lascivie ed epiteti quali turpe, dissoluto, lubrico. Il postconciliare è dottrinalmente corretto: parla del corporale e non del carnale, della gioia e non dei piaceri. Evita fin che può l’impegnativo termine di peccato, che era sessuale per antonomasia. Nella mela non vede più il serpente maligno, ma un baco trasgressivo.
Strano, vero? Se c’è un tempo da tolleranza zero, in cui la carne é petulante, i corpi fanno la ruota e il porno corre sulle autostrade dell’informazione, quel tempo è il nostro. La Chiesa ha dunque smesso di credere che il divieto dell’attività erotica é il mezzo privilegiato di controllare il sacro, come pensano i freudiani? Sono finiti, con qualche eccezione, la repressione, il mutismo forzato? Si è dissolto l’impuro, il demoniaco e i suoi carnali turbamenti? Il diavolo è solo un’immagine sexy? Credere non è più questione di libido, come in tedesco (glauben) e in inglese (belief), ma un problema di credito, come nelle lingue latine?
Naturalmente il principio di castità permane, ma solo per fondare lo spirito di corpo di una gerarchia rigorosamente maschile, secondo il modello apostolico. E a giudicare dai risultati, i porcellini del desiderio mettono su capanne di paglia mentre gli ascetici astinenti costruiscono in marmo; i sessantottini del sesso libero non hanno lasciato molti discendenti, mentre i confratelli vergini hanno prolificato.
Eppure nelle sfilate del gay pride ai tempi di Woytila si trovavano scritte come «morte alla polacca». Ideologia? Penso invece che gli ultimi araldi del piacere, prima d’impegnarsi istituzionalmente nelle adozioni e nei matrimoni, avessero colto nel segno.
La Chiesa cattolica non ha bisogno di repressione sessuale perché ha conservato la confessione: uno spazio buio e intimo dove gestire l’impenitente voluttà. Il sesso è così sottratto al piacere, messo in continenza morale e affidato ai direttori di coscienza. Questo le basta e avanza per garantire, dopo l’orgia delle avanguardie libertine e dei movimenti libertari, il minimo religioso garantito.
La preghiera è un antidepressivo di cui l’istituzione religiosa assicura la ricetta, ma è sempre un buon antidoto contro l’apoteosi erotizzata del presente -la pubblicità, la moda - e l’assenza di orizzonti che condiziona il nostro avvenire.
Il problema quindi non è se la Chiesa sia sessuofoba: tocca a noi laici dirsi post-cattolici e inventare nuove forme sessuate di vita. Utopie? Perché no? Anche l’illuminismo materialista ha i suoi aspetti celestiali.
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Parlare di sessuofobia, per la morale sessuale cattolica, non aveva molto senso in passato e non ha molto senso ora, indipendentemente dalle tesi di Foucault, perché un fatto umano non si giudica con categorie ad esso estranee, ma come un testo in un contesto. Non ha molto senso fare di Foucault uno spartiacque, le sue tesi essendo ancora in discussione. Quello che fa da spartiacque, nel campo della sessualità, è la fine del patriarcato, ossia la fine della sottomissione dei figli ai genitori e della subordinazione del sesso femminile a quello maschile. Salti di gioia? Sì, ma solo se il cambiamento è accompagnato da una pratica politica per dare senso al nuovo senza disfarsi di tutto il passato, altrimenti ci sarà una nuova e forse peggiore servitù. La libertà non è un diritto né possesso, contrariamente alla ideologia corrente, è una conquista. Quanto alle recenti prese di posizioni di esponenti della gerarchia cattolica, sono rimasta stupita da un atteggiamento difensivo che fa pensare ad una vera e propria perdita di padronanza. Il card. Ruini è intervenuto sul progetto dei Pacs al quale lavorava Prodi, in una maniera che contravviene ai più autorevoli insegnamenti (e penso a papa Montini) sul ruolo dei laici.
Sempre sui Pacs, riprendo l’idea di don Mazzi che dice: non si capisce tanta contrarietà, dal momento che la Chiesa, non accettando il divorzio, considera matrimoni validi solo una parte dei legami che tengono unite le famiglie. Se i vincoli tra divorziati non sono un matrimonio, che cosa sono? Sono dei patti di civile solidarietà. Ma non c’entra essenzialmente il cattolicesimo. Ai miei occhi, le reazioni di certi uomini di chiesa si sommano con la pochezza della risposta della politica e della cultura alla fine del patriarcato. Il parlamento, donne e uomini, ce ne ha dato un esempio molto recentemente.
Luisa Muraro
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Il monoteismo ebraico e il cristianesimo da esso derivato sono fondati sul più passionale dei sentimenti, l’amore. Amare la divinità con ogni forza, cuore, fiato, amare anche il simile che condivide il proprio tempo e luogo: sono comandamenti, non consigli. L’amore dei corpi è per diritto e natura incluso in questo campo religioso.
La scrittura sacra vieta l’incesto e l’omosessualità per concentrare l’attività sessuale sulla riproduzione della vita. La fabbrica dei figli è la più certa benedizione. Figlio in ebraico è «ben», dal verbo costruire. Fare figli è stare nell’officina della vita che vuole rinnovarsi contro lo spreco della morte. La chiesa, che è scuola di regole soggette all’usura del tempo, aggiorna la condotta dei suoi credenti. Siamo in tempi in cui, a chiedere a una giovane sposa se ha progetti di maternità, si ottiene la risposta che lei e suo marito sono giovani. Come se le si chiedesse se ha già fatto testamento, come se i figli fossero acciacchi dell’anzianità. Siamo in tempi di rivendicata sterilità e di conseguente «tutto è permesso» in biologia e nel sesso. Contro queste derive e l’irrisoria durata media dei matrimoni, la chiesa indica ai suoi un contegno. Fa il suo mestiere.
Invade invece il campo della società laica quando pretende di dare indicazioni di voto alle elezioni, quando fa opposizione politica alle leggi di un parlamento, come divorzio, aborto.
Eleggendo a pontefice un tedesco, il garante dell’ortodossia, ha innestato una marcia ridotta rispetto alla travolgente andatura del precedente polacco, lanciato al galoppo dal proiettile che voleva abbatterlo. La chiesa oggi rallenta, crede di trovarsi in salita. Ma il suo ministero resta coerente quando si occupa dei corpi, della loro fisicità, della riproduzione, della tenuta del blocco familiare.
Erri De Luca
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