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| Levada, l’arcivescovo antigay si accoda alla crociata antiabortista |
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| Il capo del Sant’Uffizio era restato lontano dal tema «politico»: ora scende in campo |
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| Giovedì 06 Ottobre 2005 |
| di l'Unità |
| in Religione |
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Si è esposto e non poco con la sua presa di posizione l’arcivescovo Williams Levada, da poco nominato da Ratzinger come suo successore a capo dell’ex Sant’Uffizio. Nell’aula del Sinodo ha rilanciato l’anatema - l’essere in «peccato» - contro quei cattolici che alle politiche sosterranno candidati favorevoli all’aborto. È la posizione fatta propria dai settori più oltranzisti della Chiesa Usa che ha diviso le stesse gerarchie quella che l’arcivescovo ha riproposto all’assemblea dei vescovi provenienti da tutto il mondo. Può aver voluto indicare alla Chiesa universale la via dell’affondo sui temi della difesa della vita e dell’etica. Un segno dell’era Ratzinger. Comunque ha posto il problema invitando a discuterne apertamente. Una novità per mons. Levada che - lo scorso anno - quando era ancora arcivescovo di Portland, era stato alla larga da quei vescovi che avevano attaccato frontalmente il candidato democratico Kerry e che nella sfida con Bush aveva sostenuto la legislazione sull’aborto. Il momento è cambiato, e soprattutto è cambiato il suo ruolo.
Sessantanove anni, il nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, è un dialogante «osso duro»: un conservatore sui temi teologici, morali e politici, abituato però a fare i conti con la mentalità democratica e multireligiosa «made in Usa». Un uomo, dunque, sulla stessa lunghezza d'onda di papa Ratzinger. Dopo una prima esperienza a Roma, Levada torna negli Usa: Los Angeles prima, Portland - appunto - dopo. Collaboratore fisso del settimanale diocesano «Catholic Sentinel», interviene sui temi politici più controversi e non si tira indietro quando si tratta di dare battaglia: nel 1991, quando la prima Guerra del Golfo sta per esplodere, sostiene pubblicamente che si tratta di una «guerra giusta» dal punto di vista dottrinale, con grande shock della comunità ecclesiale, nel 1992 invita i cattolici a votare un’iniziativa di legge statale contro i diritti dei gay, due anni più tardi si batte contro la legalizzazione del suicidio medicalmente assistito.
Intanto il legame tra Levada e Ratzinger va stringendosi. Alla fine degli anni Ottanta, Levada viene chiamato a far parte, unico americano, del ristretto gruppo di redazione del Catechismo della Chiesa cattolica, sotto la direzione del prefetto dell'ex Sant’Uffizio. Nel 1999 Ratzinger visita la diocesi di San Francisco ed è lo stesso arcivescovo a scarrozzarlo in auto per un giro turistico della città, da Chinatown al Golden Gate: «Era felice come una Pasqua», ha ricordato Levada. Un’amicizia che gli consente di continuare a crescere: nel 2001 diventa membro della Commissione mista Vaticano-vescovi Usa istituita per far fronte alle centinaia di scandali relativi agli abusi sessuali commessi da preti.
Poi viene chiamato a far parte del gruppi di vescovi e cardinali che fanno da consulenti della Congregazione dell’ex Sant'Uffizio. Fino a a quel martedì 3 maggio 2005, quando viene ricevuto in udienza privata da Benedetto XVI. Che gli affida l’incarico più prestigioso: la poltrona di prefetto dell'ex Sant'Uffizio, su cui Ratzinger è stato seduto fino a che non è uscito dalla Sistina, vestito di bianco. Sino ad oggi l’unica nomina di Curia.
m.ce.
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