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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Noi, umili parroci, vorremmo una Chiesa così
Noi, umili parroci, vorremmo una Chiesa così
Coppie gay e poligamia per don Redento bisogna semplicemente allargare i paletti entro i quali possono agire autonomamente i pastori che ogni giorno vivono a contatto con le pecorelle smarrite
Giovedì 14 Aprile 2005
di Panorama
in Religione

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TRE SACERDOTI (DEL NORD, DEL CENTRO E DEL SUD) PARLANO DEL DOPO WOJTYLA Noi, umili parroci, vorremmo una Chiesa così

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Il parroco Giacomo Ribaudo, 60 anni C'è chi invoca più potere alla base della Chiesa, chi confida nel fatto che sarà Dio a vegliare sulla nomina del nuovo pontefice, chi infine auspica che la religione si adegui maggiormente ai tempi moderni Parola d'ordine: devoluzione Il vero problema della Chiesa non è tanto la scelta del successore di Karol Wojtyla ma l'eccessivo accentramento di potere nella Curia romana. Questo il giudizio che arriva da Brescia, la città di Papa Paolo VI. "I problemi di Bergamo non sono quelli di Napoli, eppure a Roma sono trattati esattamente allo stesso modo sulla base della semplice osservanza delle leggi vaticane". Redento Tignonsini, parroco bresciano, non ha certo l'arguzia politica di Roberto Calderoli o la linguaccia lunga di Mario Borghezio. Dopotutto, se anche avesse voluto, nella sua vita non avrebbe avuto il tempo di pensare a certe cose. Sempre alle prese con i tossicodipendenti e, negli anni Settanta, un'esperienza da missionario in Africa. Fino a quando, a 70 anni, ha chiesto al vescovo di Brescia la parrocchia più piccola che c'era ed è stato accontentato: Sacca di Esine, in provincia, poco più di mille abitanti. Nessun fazzoletto verde al collo, dunque, o magari nascosto in una tasca. Eppure, la sintesi del suo discorso è racchiusa in una parola che lui non pronuncia mai: devoluzione. "Roma è la Chiesa legale, ma c'è un'altra Chiesa, quella pastorale dei preti e vescovi. Il risultato è che le questioni che riguardano le anime vanno a finire nelle mani di persone asettiche che non sono impastate con la realtà umana". E qui il discorso rischia di toccare questioni spinose: le coppie di fatto, i profilattici, i matrimoni tra gay. Don Redento schiva le trappole ma non si sottrae: "Che senso ha costringere alla convivenza coppie che non esistono più per offrire loro anni e anni di sofferenza?". E ancora: "In Africa non si può andare con il diritto canonico della tribù dei romani, là ci sono altre tribù. La poligamia non è solo una questione di sesso ma di vita, di famiglia". Per uscire da questo imbuto, per don Redento bisogna semplicemente allargare i paletti entro i quali possono agire autonomamente i pastori che ogni giorno vivono a contatto con le pecorelle smarrite. Ma stando ben attenti a non tradire la dottrina cristiana: "Perché io sono nemico del relativismo. Capire non vuol dire consentire, bensì avere la capacità di accompagnare l'uomo di oggi". Il discorso cade inevitabilmente sul nome. Nella rosa dei papabili successori di Karol Wojtyla c'è una figura che crede nella necessità di sburocratizzare la Chiesa, decentrare, per dare spazio ai movimenti ecclesiali: il cardinale tedesco Joseph Ratzinger. Don Redento non ha dubbi: "Comunque vada in Vaticano ci sarà sempre lo Sprito Santo. Tutti gli ultimi papi sono stati degni del tempo che hanno attraversato".

Carmelo Abbate

(Panorama.it del 14/04/2005)

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