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| Arcigay risponde al vescovo di Ivrea Arrigo Miglio |
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| In una nota Aurelio Mancuso e Andrea Benedino affermano “Vorremmo una Chiesa con cui dialogare per combattere assieme contro le discriminazioni, la solitudine e l’emarginazione sociale dei gay" |
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| Domenica 21 Novembre 2004 |
| di La redazione di Gaynews |
| in Religione |
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Arcigay risponde al vescovo di Ivrea Arrigo Miglio:
“Vorremmo una Chiesa con cui dialogare per combattere assieme contro
le discriminazioni, la solitudine e l’emarginazione sociale degli omosessuali”
Risposta all'articolo pubblicato sul Risveglio Popolare venerdì 19 novembre dal vescovo di Ivrea (vedi http://www.gaynews.it/view.php?ID=30002)
Abbiamo letto con grand’attenzione l’editoriale pubblicato da il Risveglio popolare di monsignor Arrigo Miglio, vescovo d’Ivrea. La sua parola è entrata in noi ponendoci domande e sollecitazioni che ci aprono il cuore, non perché vi siano “concessioni”, ma perché parte da un punto di vista e utilizza uno stile, che ci sono consoni: interrogarsi sulle fragilità umane, individuare percorsi di dialogo, prestare attenzione più alle sofferenze che ai divieti.
Essere passati, in poche decine d’anni, dal buco nero della storia, alla ribalta della cronaca e dei riflettori potrebbe essere di per se appagante. Potremmo anche non occuparci di chi ci reputa peccatori tout court, e per i tanti, che sono gay credenti, soffocare le voci della nostra anima e, andare dritti per la nostra strada, consapevoli che di croci la storia ce ne ha già messe molte sulle nostre deboli spalle. Ma il silenzio assordante che avvertiamo nella nostra Chiesa, ci fa soffrire perché non troviamo un equilibrio tra l’attenzione e il rispetto verso tanti ultimi e l’incomunicabilità che c’è riservata.
E’ vero che le organizzazioni gay si sanno difendere da sole, ma quelle serie, non possono far finta di non vedere che i fratelli e sorelle di cui cercano di difendere la dignità, si sentono in molti casi soli, in balia di discriminazioni eclatanti o sottili, che minano la possibilità di condurre una vita serena. Dentro la comunità, molti di noi hanno trovato spazi, gruppi, sacerdoti, con cui è possibile dare un senso al proprio percorso di fede; ma quanto pesano le dure prese di posizioni da parte di vescovi e cardinali, che con la parola non sanno, forse, di provocare allontanamento, occultamento, disperazione. Certo, il movimento gay risponde colpo su colpo, che, di fatto, da vita ad un’escalation che amplifica l’incomprensione, passa anche sopra la vita di tanti, alimenta un clima di fronti contrapposti, cui molti di noi non vorrebbero partecipare, ma che sono costretti a subire. Questa violenza, ci umilia ancor di più perché non comprendiamo le ragioni di fondo per cui, illustri rappresentanti della Chiesa siano così attenti verso la nostra supposta immoralità e rendano invisibili le tante immoralità di cui siamo tutti intrisi.
E quando c’interroghiamo sul come ricostruire una sessualità che risponda al progetto di Dio ci poniamo una domanda di fondo: se il sorriso di Dio non si può posare sul nostro amore, chi siamo noi? La scienza ha da tempo definito l’omosessualità essere una delle tendenze sessuali, cancellando secoli di “perversioni o malattie”, come può invece rispondere la Chiesa? Sappiamo che la ricerca teologica non avvalora in modo automatico le determinazioni scientifiche, ma ne può essere completamente avulsa? Questi e altri temi, c’impongono come fratelli appartenenti ad unica comunione di fede, di esplorare percorsi inediti, che annuncino possibilità di dialogo e con altrettanta chiarezza indichino le questioni su cui persistono dubbi o posizioni inconciliabili. Per esempio sul tema, oggi di grand’attualità, della vocazione di veder riconosciute dallo Stato le nostre convivenze, l’unica risposta da parte della cattolicità può essere così profondamente negativa, evocando il pericolo della distruzione della famiglia e del matrimonio?
Può ciò che già esiste, essere elemento destabilizzante di un’istituzione millenaria, di cui le ragioni di crisi sono profonde e attengono proprio dall’affermarsi di modelli che spingono all’individualismo, all’assoluta incapacità di assumersi responsabilità verso altri e verso se stessi? Una formazione sociale, che cerca un riconoscimento di diritti e doveri, e che fonda la propria costituzione proprio su principi di solidarietà e sussidiarietà, aiuta la società a salvaguardare i valori propri contenuti nel cristianesimo e previene emarginazioni.
Ci siamo forse spinti troppo oltre, aggiungendo temi che dovrebbero essere trattati in profondità, ma ci ha travolto l’esigenza di porre molte domande.
Ringraziamo per lo spazio concesso, nella consapevolezza che le parole possono far germogliare atti solo se si coltivano sempre il rispetto e l’ascolto.
Ivrea, 21 novembre 2004
Aurelio Mancuso
Segretario nazionale Arcigay
Andrea Benedino
Consigliere nazionale Arcigay
Assessore ai sistemi educativi Ivrea
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