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Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Fra sex e gender
Fra sex e gender
Pubblichiamo un articolo di Ida Dominijanni del Manifesto che risponde a una lettera di contestazione di Patrizia Colosio, curatrice del portale della lista lesbica a proposito del documento Ratzinger
Mercoledì 18 Agosto 2004
di Il Manifesto
in Religione

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IDA DOMINIJANNI

La lettera di Ratzinger «sulla collaborazione dell'uomo e della donna» continua a far discutere e divide il mondo laico e il femminismo, come ha documentato di recente Ritanna Armeni sul Magazine del Corsera. E a proposito delle reazioni femministe, ho ricevuto da Patrizia Colosio, curatrice del portale della lista lesbica, una lettera che mi pare interessante riportare. Scrive Colosio: «Ho letto con molto stupore Politica o quasi del 3 agosto di Ida Dominijanni, in particolare là dove parla di «vocazione relazionale della donna» evidenziando la sintonia tra il pensiero di Ratzinger e quello del pensiero della differenza sessuale. Coincidenza che potrebbe suscitare qualche inquietudine e rimandare a quei «regimi di verità che stabiliscono i criteri secondo cui è dato essere, legittimamente, `femminili' o `maschili'». La citazione è tratta dalla recente edizione italiana di GenderTrouble di Judith Butler (Scambi di genere, Sansoni). Dominijanni spiega che è proprio contro le teorie di Butler che Ratzinger combatte, ovvero contro «la teoria che contesta l'identità compatta del genere femminile per aprire alla soggettività femminile tutto il campo possibile delle scelte sessuali, sociali, politiche discorsive, di pensiero». E, secondo lei, «non diversamente da quanto fa il femminismo italiano della differenza sessuale». Non mi interessano le polemiche, mi spiace però quando anziché rilevare contraddizioni che possono aprire nuove prospettive di confronto e di pensiero si appiattisce il discorso in nome di una presunta omogeneità dei fini. La sovversività del pensiero di Butler sta proprio nel mettere in guardia certo tipo di femminismo dall'idealizzare espressioni del genere che finiscono per produrre a loro volta forme di gerarchia e di esclusione, molto spesso con risvolti omofobici. Già, perchè cosa ne facciamo di quelle donne che non mostrano, ad esempio, «vocazione relazionale» o di cura, che sviluppano una progettualità non necessariamente legata alla maternità, che si muovono a proprio agio nelle dinamiche di potere? E lo stesso vale per gli uomini. Il rigido binarismo maschio-femmina che rimanda a tutta un'altra serie di dicotomie tanto care ai pensieri unici, si pone come una delle presunte «verità» da contrastare. La ricerca di Judith Butler parte dalla violenza sperimentata rispetto alle norme di genere: uno zio incarcerato per il suo corpo anomalo; cugini gay cacciati di casa per via della loro sessualità; il proprio turbolento coming out, come lesbica, a sedici anni. Il richiamo nella lettera ai vescovi alla «costituzione essenziale» di ogni persona dovrebbe costituire un campanello di allarme. Ciò che nella lettera viene posto come problema: la messa in discussione della famiglia, per sua indole bi-parentale, e cioè composta di padre e madre, l'equiparazione dell'omosessualità all'eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa, non è altro che la sfida che certe pratiche riescono a portare al concetto di «realtà», che risulta quindi modificabile. E' contro questa moltiplicazione delle possibilità che da sempre si scagliano i regimi di verità; stiamo attente a non fare il loro gioco».



Mi pare che questa lettera, prendendo spunto dal documento cattolico, riproponga una ritornante polemica che contrappone la prospettiva postmoderna del gender trouble di Judith Butler, che sarebbe differenzialista e libertaria, al presunto «essenzialismo» del pensiero della differenza sessuale italiano, che sarebbe invece identitario e prescrittivo. La questione, ovviamente, non può essere sciolta in poche righe. Patrizia ha perfettamente ragione nel rilevare che nel mio pezzo di due settimane fa (in cui prendevo ampiamente le distanze dagli esiti prescrittivi della lettera di Ratzinger: su questo non torno) tendevo a trovare il punto di contatto fra queste due tendenze della teoria femminista che si suole da più parti contrapporre. L'ho fatto e lo ribadisco, perché sono effettivamente convinta che esse puntano entrambe alla decostruzione dell'identità di genere e alla libera significazione della soggettività femminile in tutte le sue possibili espressioni. Credo che i sospetti di essenzialismo che tuttora gravano sul pensiero della differenza sessuale italiano dipendano da un grossolano equivoco grammaticale e concettuale, che vede la differenza sessuale come l'oggetto del pensiero invece che il soggetto, il significato invece che il significante. «Pensiero della differenza sessuale», insomma, non è altro che differenza sessuale pensante: donne (e uomini) che pensano e si pensano, a partire da sé, liberamente e fuori dai regimi di verità. Con ciò, mi pare che molti motivi di polemica cadano. Resta in piedi invece un'altra questione, accennata da Luisa Muraro nel suo articolo sul manifesto del 7 agosto, e sulla quale mi ha interrogata in un'altra lettera Chiara Zamboni: quanto è presente, nelle gender theories angloamericane che riportano al solo terreno culturale tutta la problematica del conflitto fra i sessi, la pretesa prometeica e smaterializzante di una totale emancipazione da quella radice biologica da cui pure, in quanto esseri umani, dipendiamo? Anche questa è una domanda importante. Anche, credo, per la più recente riflessione di Butler, che proprio sullo statuto dell'umano è largamente incentrata.





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