HOME CHI SIAMO SEGNALA WEBMASTER
 

Edizione di Domenica 27 Maggio 2012
Famiglia Cristiana. MIO FIGLIO SI VESTE DA DONNA
Famiglia Cristiana. MIO FIGLIO SI VESTE DA DONNA
GENITORI ALLE PRESE CON I PROBLEMI DI IDENTITÀ SESSUALE DEL FIGLIO SEDICENNE
Giovedì 05 Agosto 2004
di La redazione di Gaynews
in Religione

Stampa
Segnala ad un tuo amico
Scrivi alla redazione
Fai Notizia

Dopo varie esperienze, i genitori lo convincono a entrare in una comunità terapeutica per minori in difficoltà. C’è un problema: costa 5.500 euro al mese. Tutti a loro carico.



Caro padre, siamo due genitori in difficoltà e le scriviamo per avere un consiglio. Abbiamo quattro figli, di cui due naturali e due adottivi dal 1994, quando avevano 8 e 6 anni. Dopo la sentenza del Tribunale, che ha tolto la patria potestà ai genitori, accusati di maltrattamenti e abusi sessuali, i due bambini (fratelli tra loro biologici) vivevano in un istituto a San Paolo, in Brasile.



L’arrivo di questi due nuovi figli ha arricchito la nostra vita familiare. Che è sempre stata serena fino a un anno fa, quando il nostro figlio minore, ora sedicenne, ha cominciato a manifestare problemi di identità sessuale. Ha cominciato a truccarsi e a vestirsi da donna.



Com’era facile prevedere, l’impatto con la scuola è stato disastroso, più per le incomprensioni con gli insegnanti che con i coetanei. I quali hanno espresso una sostanziale, seppur stupita, accettazione. È stato bocciato in prima liceo e all’inizio del nuovo anno scolastico, per ulteriori difficoltà, ha smesso di frequentare la scuola.



Assieme a questi problemi, ne sono sorti altri di comportamento. Nostro figlio ha cominciato a soffrire di angoscia e di straniamento. Ha passato tantissime notti insonni. Ha anche cercato di reagire, a suo modo: usciva di notte, beveva alcol: ma è andato incontro a una serie di esperienze molto negative.



Per oltre un anno l’abbiamo fatto seguire da uno psicologo. E, negli ultimi mesi, anche da uno psichiatra. Ma con scarsi risultati. Finalmente, siamo riusciti a convincerlo ad andare in una comunità terapeutica, perché negli ultimi tempi era preso da una furia autodistruttiva.



Ora, da due mesi, è in una comunità per minori, e già vediamo qualche progresso. Ma vi dovrà restare a lungo, creando a noi un serio problema di costi: paghiamo circa 5.500 euro al mese. Tutti a nostro carico. Non ci siamo rivolti ai centri istituzionali, non per preclusione ideologica (siamo entrambi medici ospedalieri che hanno scelto di lavorare nell’ospedale pubblico, molti anni fa, quando scelte diverse erano più facili), ma solo perché travolti dalla rapidità degli eventi.



Siamo in seria difficoltà. Che cosa possiamo fare? Se nostro figlio fosse affetto da un tumore e non da una patologia psichica, non si porrebbero problemi di spesa. Tramite il Servizio sanitario nazionale, lo Stato interverrebbe in toto, spendendo cifre anche più consistenti. È giusta questa discriminazione?



Genitori adottivi in crisi



I genitori che ci sottopongono il delicato problema, nato all’interno della loro famiglia, sono persone generose e responsabili. Sanno che, accettando di diventare genitori adottivi, si stabilisce un patto inscindibile con i figli adottati: anche con loro, non meno che con i figli naturali, si è genitori a vita. Non possono, quindi, che affrontare insieme le prove che la vita riserva. Non essendo sprovveduti, sapevano che i bambini adottati hanno spesso sulle spalle un fardello pesante. Sono segnati da eventi traumatici. Che, talvolta, possono costituire una bomba a scoppio ritardato.



Così è successo con il loro figlio più piccolo. Entrando nell’adolescenza è esploso il problema dell’identità sessuale. A causa forse degli abusi subiti da bambino, o per altre cause: sappiamo che il Brasile, Paese d’origine del bambino, ha una cultura molto più tollerante dei Paesi mediterranei verso i comportamenti sessuali. E, soprattutto, transessuali.



Estendendosi a macchia d’olio, le difficoltà con l’identità sessuale hanno prodotto uno scompenso generale nella vita del ragazzo. Il pericolo di una deriva totale è incombente. Oltre all’aiuto dei professionisti della psiche, era necessario fornirgli anche una terapia più potente, passando a una comunità terapeutica.



In situazioni simili, la comunità per minori in difficoltà può costituire una decisiva risorsa terapeutica, perché può offrire all’adolescente un momento di tregua rispetto ai suoi conflitti. La presenza di coetanei, impegnati anch’essi a risolvere i problemi che sono fonte del loro malessere, ha una funzione di mediazione.



Certo, è comprensibile che l’insieme di alte professionalità terapeutiche in un ambito di questa natura produca un costo non indifferente. Lo sanno bene quelle famiglie che cercano l’aiuto di comunità terapeutiche per i propri figli afflitti da disturbi alimentari o tossicodipendenti o con sindromi psichiche.



I genitori che ci scrivono, oberati dal peso economico di un trattamento prolungato per il loro ragazzo, vorrebbero che il trattamento fosse assunto dal Servizio sanitario pubblico. La loro attesa è ineccepibile: se siamo in ambito terapeutico (non stiamo parlando del soggiorno in un centro-benessere o di un trattamento di chirurgia estetica per togliere le rughe!), dovrebbe ricadere nell’ambito ricoperto dal Servizio sanitario nazionale.



In qualche modo è così: esistono comunità terapeutiche convenzionate con aziende sanitarie. La condizione per accedervi è, però, che si segua la filiera del servizio pubblico. Anche nel caso di una patologia tumorale – per riprendere l’esempio portato dai nostri lettori – è lo stesso: non si può scegliere il trattamento o la struttura, e presentare il conto all’azienda sanitaria. È necessario attenersi ai percorsi prescritti e alle relative autorizzazioni. Ma non è l’unico problema. Ben più grave è la scarsità di strutture adeguate e le risorse limitate con cui le aziende sanitarie devono operare.



Se dovessimo stabilire una lista delle priorità, metteremmo le comunità terapeutiche ai primi posti. Le patologie psichiche e i disturbi di comportamento dilagano tra i giovani. Offrire un aiuto efficace in questa fase della vita non solo risparmia un’infinità di sofferenze, ma è anche il miglior investimento che una società possa fare per il futuro.







Questo articolo ha ricevuto 358 visite.



Articoli correlati...

Chiamare una bambina Andrea è concesso a Reggio Calabria. Ma vietato a Mantova Primo piano
Sabato 31 Dicembre 2011
Chiamare una bambina Andrea è concesso a Reggio Calabria. Ma vietato a Mantova
Due sentenze danno indicazioni opposte sulla scelta di nomi maschili per persone di sesso femminile. Chiamare una bambina Andrea non si può fare. O, meglio, non si può fare a Mantova
di Corriere.it
Sentenza del Tribunale: chiamano Andrea una bimba, «Vietato: è un nome da uomo» Primo piano
Venerdì 30 Dicembre 2011
Sentenza del Tribunale: chiamano Andrea una bimba, «Vietato: è un nome da uomo»
Una sentenza del Tribunale di Mantova ha vietato alla piccola Andrea, di cinque anni, di chiamarsi Andrea e allo stesso tempo ha imposto ai genitori di cambiarle nome
di La redazione di Gaynews
In fuga dall’omofobia, ogni anno 10 mila domande di asilo in Europa Mondo
Sabato 26 Novembre 2011
In fuga dall’omofobia, ogni anno 10 mila domande di asilo in Europa
Presentato il primo rapporto europeo sulle richieste di protezione da parte di lesbiche, gay, bisessuali e transgender extracomunitari
di La redazione di Gaynews
Parlamento europeo approva risoluzione su diritti umani e orientamento sessuale Mondo
Giovedì 29 Settembre 2011
Parlamento europeo approva risoluzione su diritti umani e orientamento sessuale
La risoluzione chiede agli Stati membri ed alle istituzioni UE di promuovere sistematicamente la tutela e il rispetto dei diritti umani relativi all'orientamento sessuale e all'identità di genere
di Associazione Radicale Certi Diritti



RUBRICHE RISORSE

APPUNTAMENTI