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| ILVESCOVO DI BOLOGNA CRITICA ECO, VATTIMO |
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| VOI CATTIVI MAESTRI |
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| Domenica 02 Maggio 2004 |
| di la Repubblica |
| in Religione |
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SABATO, 01 MAGGIO 2004
Pagina 42 - Cultura
l´educazione "Oggi l´educatore o il diseducatore sovrano", dice don Giussani, "è l´ambiente con tutte le sue forme espressive"
la postmodernità La cultura attuale è dominata dalla negazione di un rapporto dell´uomo con la realtà. Non esiste realtà, ma solo interpretazioni
EDMONDO BERSELLI
Esistono davvero in filosofia i «cattivi maestri», come sostiene l´arcivescovo metropolita di Bologna, monsignor Carlo Caffarra? Il suo predecessore, Giacomo Biffi, è passato alle cronache per un giudizio sulla società emiliana, «sazia e disperata», che ancora adesso irrita le giunte di sinistra. Ora il nuovo arrivato, 66 anni, emiliano di Samboseto (Busseto), spalanca l´orizzonte della battaglia culturale, attaccando senza tabù il «gaio nichilismo» della cultura contemporanea.
I cattivi maestri sono Jean-Paul Sartre, riesumato dai decenni sepolti dell´esistenzialismo e della gauche, Gianni Vattimo, il cui messaggio filosofico inviterebbe a vivere «senza nevrosi in un mondo in cui «Dio è morto»». E infine, strappo notevolissimo per la Bologna intellettuale e accademica, Umberto Eco, perché con le sue opere ha diffuso una visione secondo cui «non esistono i fatti, la realtà», bensì soltanto «interpretazioni della realtà». Sullo sfondo, Nietzsche, Heidegger e interi filoni della cultura del Novecento. Tutto il pensiero «debole», secondo la celebre definizione di Vattimo e Rovatti nel 1984. A cui l´arcivescovo ha contrapposto «in radicale e totale alternativa» il pensiero fortissimo del cardinale John Henry Newman, del padre della chiesa greca Gregorio di Nissa, di Blaise Pascal, nonché di filosofi pagani come lo stoico Seneca.
Uno show di questo tipo non se lo aspettava nessuno, a Bologna. In primo luogo perché monsignor Caffarra era arrivato in città adottando toni sommessi, di un continuismo quasi guazzalochiano. Quaeta non movere, sembrava il suo motto all´esordio nella diocesi. Aveva ricevuto con benevola attenzione il comitato per le celebrazioni di santa Caterina da Bologna, salutando con cordialità Giuseppe Alberigo, guida intellettuale dell´Istituto per le scienze religiose, uno dei santuari del cattolicesimo dossettiano e progressista. In secondo luogo, la sede della maledizione filosofica del prelato, un convegno del Centro sportivo italiano (Csi) intitolato «A scuola di valori in parrocchia», fra educatori e sportivi, non sembrava la più qualificata culturalmente per il lancio di una crociata, e neanche di una controversia, contro «la cultura oggi dominante».
Intransigente come Biffi, più di Biffi? L´intransigenza del suo predecessore si era espressa con formule micidiali. Ora contro la cultura edonistica dell´Emilia materialista e neopagana, ora contro le «stimmate di morte» che si imprimono sull´immagine della donna nella società del piacere, alludendo al sesso consumista e all´aborto; talvolta con boutade clamorose contro il conformismo dei bolognesi, «papalini con il cardinal legato, fascisti col duce, comunisti con Stalin».
Ma le polemiche sulfuree del vecchio cardinale, ostile al laicismo comunista così come al Risorgimento frammassone, precipitavano simultaneamente nella Bologna rossa e nell´Italia del finale di stagione democristiano, mentre il gregge dei fedeli perdeva il partito-mamma e il Pci veniva sconvolto dal crollo del Muro: le parole biffiane entravano nell´immaginario come un lenimento alla sofferenza, o un dito infilato nell´occhio con sadismo.
Che oggi un presule nelle prime settimane della sua missione si lanci in una polemica «epocale» contro l´itinerario filosofico degli ultimi due o tre secoli, segnalando la minaccia costituita dalla «dissoluzione del reale nel gioco senza fine delle interpretazioni» potrebbe venire percepito come la squilla della reconquista cattolica. Grazie al cielo c´è un arcivescovo a Bologna. Un segnale, insomma, una chiamata all´appello della Chiesa o di una sua parte contro il relativismo, la tolleranza scettica, il magistero negativo della cultura della modernità, per una battaglia campale contro l´errore e l´incapacità di riconoscerlo. La verità esiste, afferma Caffarra, malgrado tutti i sofismi inventati dal Novecento. Ma un altro filosofo indiziato di reato nichilista, Massimo Cacciari, ribatte subito che rifarsi a Nietzsche come lo rappresenta l´arcivescovo Caffarra significa essersi ridotti alla lettura di «un Bignami, ma un Bignami scritto male».
Con qualche imprudenza politica, inoltre, dal momento che Bologna in questo momento è nel pieno del confronto fra Giorgio Guazzaloca e Sergio Cofferati: «un povero peccatore per bene», ha detto di sé il sindaco presentandosi a Caffarra, a metà febbraio; mentre lo sfidante ha raccolto intorno a sé gli esponenti del cattolicesimo democratico come Luigi Pedrazzi, uno dei fondatori del Mulino, che al Cinese rivolse il primo invito pubblico a Bologna. In questo panorama, fare scendere come un fulmine l´anatema contro Umberto Eco, che a Bologna, all´università, prima al Dams e poi come direttore della Scuola superiore di studi umanistici, è stato il più ragguardevole esponente della cultura di sinistra, non si scappa: se non è un´imprudenza è una scelta di campo.
Certo, la prudenza e la moderazione non sembrerebbero fra le caratteristiche principali di monsignor Caffarra. È vero che se si consulta il sito internet a lui intestato (www. caffarra. it), in cui i suoi fautori hanno raccolto le annate della sua produzione pastorale, si trovano le classiche attestazioni di un cattolicesimo tradizionalista e moderato. Caffarra è un teologo morale, concentrato sui temi della famiglia, della sessualità, della bioetica, della contraccezione. Ma in passato, allorché insegnava alla Pontificia università lateranense, è stato protagonista di sortite che hanno fatto rumore, come quando equiparò in chiave morale l´uso del preservativo all´aborto, ricavandone le critiche a denti stretti di uno strenuo quanto sofisticato difensore dell´ortodossia come il cardinale Ratzinger.
Ferro di lancia di una revanche cattolica, allora? Improbabile. Caffarra non sembra un leader culturale. Benché sia stato appoggiato da Comunione e liberazione, e abbia all´attivo saggi come Etica generale della sessualità (un antidoto contro la morale ridotta a tecnica per evitare l´Aids e le gravidanze indesiderate), l´arcivescovo non sembra proporsi il comando di una riscossa confessionale contro la modernità. Ciò che colpisce semmai è la veemenza dell´attacco, soprattutto in una città in cui i rapporti fra cattolici e laici sono così complessi come a Bologna, la città guida del comunismo emiliano ma anche la città del Mulino, di visioni liberal e riformiste, in cui per anni hanno dominato culturalmente cattolici «modernisti» come Romano Prodi e Nino Andreatta (già, proprio loro, i «nuovi farisei», come li bollò a suo tempo Il Sabato, settimanale vicino a Cl).
Tuttavia non è escluso che il cardinal Caffarra abbia voluto anche marcare i confini, segnare il campo, delimitare le appartenenze. Fino a dire che i cattivi maestri sono a sinistra e i buoni sono a destra? Troppo schematico. Meglio riconoscere, come fa Alberto Melloni, uno storico della Chiesa che lavora al fianco di Alberigo, che oggi i fedeli «si dividono fra chi ritiene che il contrasto più forte con la fede sia il dubbio, e chi invece, con il cardinal Martini, crede che agli antipodi della fede ci sia la paura».
Nel 1996, durante la sua esperienza pastorale milanese, Carlo Maria Martini dialogò proprio con Eco (ne rimase traccia nel volume In che cosa crede chi non crede). Da un lato oggi c´è la fede come dialogo, dall´altra la fede come esorcismo. Da una parte la Chiesa come madre, dall´altra la Chiesa come matrigna. Di qua un´interpretazione alla Mel Gibson, di là il mondo sterile dell´errore. Chissà se un Caffarra basterà a salvarci, dai cattivi maestri del frammentario e del relativo, dagli ermeneuti della modernità.
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