 |
| Il Sillabo del Monsignore contro Eco e Vattimo |
 |
| Il Vescovo di Bologna Caffarra ha deciso di lanciare i suoi strali contro il pensiero laico, in nome della trascendenza come pretesa civile, etica e filosofica. |
 |
| Domenica 02 Maggio 2004 |
| di l'Unità |
| in Religione |
|
 |
|
Bruno Gravagnuolo
Ci ha pensato un po', dopo essersi insediato in Curia nel dicembre del 2003. E alfine è sbottato, ieri l'altro, durante un convegno bolognese del Csi sull'educazione. E ha deciso di lanciare i suoi strali contro il pensiero laico, in nome della trascendenza come pretesa civile, etica e filosofica. E così, Monsignor Carlo Caffarra nuovo arcivescovo di Bologna e successore di Biffi, se l'è presa platealmente contro Umberto Eco e Gianni Vattimo come Pio IX al tempo del Sillabo contro il liberalismo, la massoneria e il socialismo. Fossimo in loro ci sentiremo onorati, di incarnare in fuori tempo i fasti del libero pensiero, benché in verità né Eco né Vattimo siano poi dei mangiapreti. Visto che entrambi provengono dalla scuola cattolici dell'Ermeneutica, di cui fu capofila Luigi Pareyson.
Ma queste son finezze che a Mons. Caffarra sfuggono Così come gli sfugge che Sartre e Nietzsche, accomunati nella damnatio agli altri due, non hanno proprio niente in comune. Il primo essendo uno strenuo moralista, umanista,esistenziale. Il secondo, un pensatore «extramorale». Che cos'è invece che allarma e stupisce? Oltre la ruvidezza dozzinale e personalizzata dell'accusa - che mette in conto a Vattimo ed Eco la colpa d'aver distrutto la «realtà» a beneficio delle «interpretazioni» - ciò che colpisce è l'arroganza teologica. Di chi ribadisce che solo la trascedenza religiosa, e il connesso principio d'autorità rivelata, può salvare l'esistenza dei fatti e del mondo esterno. E che per converso sono solo i fatti e il mondo esterno oggettivi, a determinare, per deduzione naturale, le forme civili della vita, il matrimonio e la sessualità consentita. Non solo Mons. Caffarra ignora che la semiologia di Eco non nega affatto il «mondo esterno», ma anzi cerca di afferrarlo nelle maglie del lavoro linguistico come «opera aperta», tra il rigore di Kant e la «stranezza dell'Ornitorinco». E non soltanto non sospetta che la «debolezza» in Vattimo implica pietas per la dignità non distruttiva delle differenze, e dialogo permanente con l'altro contro l'aggressiva unilateralità del principio di Autorità. Ma il prelato liquida con una scrollata di spalle due secoli di illuminismo, di scienze umane, di scienza tout court. È ancora convinto Caffarra che etica, religione e politica siano un tutt'uno. E che la certezza conoscitiva, sorretta dalla Rivelazione, si traduca ipso facto in verità politica sociale, e in obbligazione giuridica. Ignorando che un conto è la scienza, fallibilista e basata su interpretazioni sempre revocabili. Relativa ma non relativista. Un conto la società, fatta di forme di vita, opzioni e interessi diversi, razionalmente componibili su base dialogica e democratica. E altro infine è la morale, privata e insindacabile, e che ha il suo limite, oltre che nella coscienza individuale, nell'esistenza esterna e nella dignità di ciascun' altra coscienza morale.
Al di sopra di tutto ciò c'è la laicità. Punto d'approdo di una secolare evoluzione che deve molto al cristianesimo, al giudaismo, ai greci, agli arabi. Ma che significa rispetto del valore di ogni persona. Di ogni progetto di vita non distruttivo. Della libertà di tutti e di ciascuno. Senza anatemi. Questo articolo ha ricevuto 205 visite.
|
|
 |
|
| APPUNTAMENTI |
 |
|
|
|