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| Avvenire: le coppie gay portano alla legalizzazione della pedofilia |
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| In un articolo sulla fecondazione in un inciso si afferma che il riconoscimento dei dirtti delle coppie gay apre la strada alla pedofilia |
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| Sabato 27 Aprile 2002 |
| di Avvenire |
| in Religione |
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Dopo la trasmissione di Vespa sulla fecondazione assistita Quando la voglia di un figlio spinge verso frontiere pericolose
Don Lorenzo Rossetti
Egregio dottor Vespa, al seguito della sua interessante e delicata trasmissione di martedì 23 aprile sulla fecondazione artificiale, mi permetto proporLe alcune considerazioni, che vertono sul "senso comune" da una parte e sulla constatazione di non poche aporie di certe logiche messe in campo dai vari intervenuti. Un silenzio stridente… Mi ha colpito molto il silenzio totale circa l'unica alternativa vera, eticamente inoppugnabile nonché socialmente ed economicamente più vantaggiosa alla infecondità: cioè l'adozione. Impressionava che il dottor Mannheimer tra i quesiti proposti in caso di impossibilità ad avere figli, abbia prospettato soltanto la mera (diremmo "quasi rassegnata") accettazione insieme al ricorso alla fecondazione assistita omologa (ed eventualmente anche eterologa). Eppure, non è prima di tutto il semplice buon senso ad imporre, almeno come possibilità, la soluzione più normale, cioè l'adozione? Adottare un bambino già esistente, già nato, la cui vita - ferita sin dal suo sorgere - potrebbe essere radicalmente trasformata e recuperata dalla generosità. I politici non dovrebbero fare di tutto per rendere la via all'adozione molto meno tortuosa, più economicamente accessibile, in una parola, stimolare e favorire la cultura della generosità? Dalla fecondazione artificiale alla clonazione… Degno di rilievo l'ultimo quarto d'ora della trasmissione che ha messo in evidenza un dato difficilmente confutabile: il mondo scientifico è pronto a fare naturalmente - anzi è stato dichiarato già compiuto - il passo dalla fecondazione artificiale alla clonazione umana. Il servizio indicava con appropriatezza che l'inizio di tali tentativi di manomissione sulla vita umana risalgono al medico nazista Spermann. Qui cade per così dire il velo e si manifesta il vero volto che soggiace a tutta la cultura di dominio e manipolazione sul genere umano. Nonostante i clamori politically correct dei pronunciamenti unanimi di vari parlamenti, appare ahimé evidente (e i due medici invitati in studio lo testimoniavano) che la strada della fecondazione artificiale e quella della clonazione riproduttiva umana sia proprio la stessa. Il traguardo del clone sta solo alquanto più in là. Ora questa via è stata tracciata appunto dalla logica della padronanza spregiudicata sull'essere umano propria del nazionalsocialismo. Forse vi è del vero nel detto per il quale «il nazismo è stato vinto, ma siamo diventati tutti un po' nazisti». Stupisce che non si veda il nesso radicale tra le due misure «tecnico-mediche». Alla base della fecondazione artificiale (perché usare l'eufemismo «assistita»?) sta lo stesso principio che anima l'intento della clonazione: la presunzione cioè che la vita umana sia «disponibile», possa essere manipolata e soggiaccia quindi al diritto-arbitrio di chi la possiede. Se si accetta il principio che ottenere un mio figlio, nato ad ogni prezzo da me, dalle mie cellule, è un mio diritto, chi mi impedirà di pretendere al diritto - reso «lecito», perché possibile dal progresso tecnologico - di creare un clone di me stesso? Se il criterio etico-politico supremo è la Libertà e il diritto di disporre di se stessi a propria discrezione (cfr. Bolognesi, Antinori…) queste sono le conclusioni inevitabili; così come naturali conseguenze sono tutte le proposte «radicali»: dall'aborto alla droga libera, dal riconoscimento pubblico delle unioni omosessuali all'eutanasia (e domani alla legalizzazione della pedofilia). E di fronte a questa mentalità non valgono, in merito alla procreazione, quei debolissimi «diritti del nascituro» di cui con affrettata generosità tanto parlano gli oppositori (cfr. Fioroni, D'Agostino…). È buono e giusto che lo Stato riconosca e tuteli la dignità inalienabile della vita umana concepita (anche qui il linguaggio è importante: evitiamo di parlare di «cellula uovo»); ma pretendere che l'embrione sia in se stesso soggetto di diritti espone a non poche contraddizioni. Cosa dire di un embrione a cui muore il papà durante la gestazione? Avrebbe forse il diritto di imporre un nuovo matrimonio a sua madre? E l'embrione di una coppia indigente, potrebbe rivendicare uno status economico superiore?… La via pare assai aporetica. Pur costituendo uno dei più grandi acquisti della società contemporanea, l'esigenza del rispetto dei propri diritti non può essere radicalizzata in senso assolutistico. L'autentico rispetto e la legittima rivendicazione del diritto deve sempre seguire la percezione del valore e della dignità dell'essere uomo. Ora è costitutivo dell'essere uomo il riconoscersi donato a se stesso da qualcun altro (dimensione della riconoscenza) per donarsi a sua volta (dimensione della generosità), nella libertà e responsabilità. Quello che più manca nella mentalità («nazista»!, sit venia verbo) di dominio tecnicistico e di spadroneggiamento sulla vita è proprio il senso del fondamento dell'essere uomo: la riconoscenza per il dono ricevuto e la capacità di generosità nel dono. Non riconoscere la vita come dono immeritato (indipendente da ogni diritto!) suscita inevitabilmente la reazione della pretesa e dell'esigenza (il diritto al figlio per esempio). Un'ultima considerazione a proposito degli «embrioni sopranumerari». La via senza uscita di questa problematica è palese agli occhi di tutti. Quanti farne? cosa farne? Il problema posto in simili termini è del tutto illogico. Due cose l'una: o l'embrione è vita umana, «figlio», oppure non lo è e si riduce a «materiale biologico». Se non lo è, se ne disponga come si vuole (e siamo in piena logica nazista). Se lo è, non se ne poteva disporre in modo produttivo-manipolatorio. Cercare altre soluzioni - cosa che il legislatore ineludibilmente dovrà fare - significa cadere nell'incoerenza e nel sofisma. L'unica posizione coerente con il buon senso e la coscienza umana moralmente ragionevole (che impone di vedere nell'altro un fine e mai un mezzo) sembra essere quella della Chiesa cattolica che dice un chiaro no alla manipolazione genetica e un grande sì all'adozione. In questo caso però, la fede non fa che focalizzare ciò che la mera razionalità umana può percepire da sé. E se vi sono dei cattolici che vogliono rispondere alla domanda: «Cosa dobbiamo fare con gli embrioni avanzati?»; sappiano che si inoltrano in un vicolo cieco, come quel Maestro medievale che alla questione «an sit meretrix retribuenda?» rispondeva: «Sì, purché abbia fatto bene il suo lavoro». Vi sono delle domande sorte nella cultura di morte e nell'iniquità, alle quali, come cristiani, non si può e non si deve rispondere. Don Lorenzo Rossetti
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